Gino

mercoledì, 30 novembre 2005

L’Occidente, civile perché cristiano

Grazie ad Angelo per aver ripreso questo bell'articolo di Guglielmo Piombini nel quale recensisce un libro che farà discutere:

Dopo avere scalato nel 2004 la classifica dei libri più venduti negli Stati Uniti con una guida politicamente scorretta alla storia americana, lo storico Thomas E. Woods jr. offre una nuova prova di coraggio intellettuale pubblicando un studio, How the Catholic Church Built Western Civilization (Regnery, Washington 2005), che capovolge molte delle idee correnti sulla storia del cattolicesimo. Nel libro, aggiornato con gli ultimi risultati della ricerca accademica, Woods dimostra in maniera convincente, elencando una impressionante serie di esempi, come la Chiesa cattolica non si sia limitata a dare un contribuito alla formazione della civiltà occidentale, ma l’abbia interamente costruita dalle fondamenta.

Uno dei miti più consolidati che Woods si propone di smontare è quello della presunta ostilità della Chiesa nei confronti della scienza, complice soprattutto il caso Galileo Galilei. Una vicenda, peraltro, che andrebbe decisamente ridimensionata, non solo perché lo scienziato pisano non subì in pratica alcuna punizione, ma anche perché si tratta dell’unico contrasto tra le gerarchie ecclesiastiche e uno scienziato che i detrattori del cattolicesimo sono in grado di citare.

[... taglio perché è lungo, ma vi consiglio di leggere il resto da Angelo, che ne vale la pena]

Come sarebbe oggi l’Europa se nella letteratura, nell’arte, nell’architettura, nella scienza, nella morale, nel diritto e nell’economia dell’Occidente fosse mancata l’impronta della Chiesa cattolica? Si tratta di un interrogativo imbarazzante, che gli uomini occidentali di oggi, secolarizzati e desiderosi di sbarazzarsi delle proprie radici cristiane, preferiscono rimuovere.

Guglielmo Piombini, Il Domenicale.


scritto da: Faramir alle ore 15:37 | link | commenti (10)
categorie: cultura, storia, scienza, chiesa cattolica

Il Movimento cristiano lavoratori promuove la legge Biagi

Da Avvenire di domenica 27 novembre:

Difendere la legge Biagi, costruire un nuovo welfare, spostare risorse dalle rendite alla produzione, rafforzare la cooperazione internazionale. Tutto ciò attraverso la valorizzazione della centralità del lavoro. «Il lavoro, chiave essenziale» sarà infatti il filo conduttore del decimo congresso nazionale del Movimento cristiano lavoratori, che vedrà riuniti a Roma dal 2 al 4 dicembre 600 delegati in rappresentanza dei 280mila iscritti in Italia e all'estero.
Il Movimento cristiano lavoratori entrerà così nel pieno del dibattito sul destino della riforma del mercato del lavoro, con una posizione netta. «L'impianto della legge è positivo e va conservato, migliorato in qualche punto, ma soprattutto completato con l'approvazione dello Statuto dei lavori e il rafforzamento del sistema di ammortizzatori sociali», si legge nei documenti di preparazione delle assise. La legge Biagi, infatti, «ha consentito a migliaia di persone, specie giovani, di entrare alla luce del sole in un mondo del lavoro, le cui porte sono state per anni sbarrate da norme rigide che favorivano solo il lavoro nero o la sottoccupazione». E, più esplicitamente, il presidente Carlo Costalli spiega: «Il nodo è che per completare il disegno riformatore è necessario raggiungere un consenso di base intorno alla legge Biagi che ancora non c'è. Anche se - pur tra tante contraddizioni - negli ultimi tempi si assiste nel centrosinistra all'emergere di posizioni più pacate, di parole come "correzione" al posto di "cancellazione". Guardiamo con attenzione a questo dibattito più sereno». E al congresso una sessione speciale sarà dedicata proprio al ricordo del professor Marco Biagi «ucciso dalle Brigate rosse, ma già da prima ferito nell'animo da quanti lo hanno criticato e insultato». [...]



scritto da: Faramir alle ore 15:13 | link | commenti
categorie: lavoro

Niente uteri in affitto, siamo olandesi

Quei paesi che, secondo i radical-laicisti, sono "molto più avanti di noi" in certe tecniche di riproduzione (non sto parlando di veterinaria, purtroppo) sembra si stiano accorgendo di essere andati "troppo" avanti... e cominciano a fare marcia indietro:

Cause, ripensamenti, rifiuti, trattative al rialzo. All’Aia tornano indietro
Da ora in poi niente più uteri in affitto nella laica Olanda. Si è rivelata nel tempo troppo grande e destabilizzante, infatti, la confusione su chi e perché debba vedersi attribuito il ruolo di genitore: se la coppia committente o la donna che, a titolo più o meno gratuito, porta avanti la gravidanza e partorisce. Senza contare l’altra variante, quella della coppia di omosessuali maschi che commissiona un bambino a una donna fecondata con il seme di uno dei due uomini. Troppi contenziosi, troppe beghe, troppe storie spaventose, anche là dove la pratica della maternità surrogata è tacitamente accettata (come in Belgio) o legale (oltre all’Olanda che ora ci ripensa, in Gran Bretagna e in alcuni Stati americani, come la California). Capita spesso, infatti, che la madre portatrice si rifiuti di consegnare docilmente il “prodotto”, vuoi perché si affeziona a quel bambino che ha nutrito per nove mesi e partorito, vuoi perché (è successo da poco in Belgio ma in America si conta più di un caso), già che c’è, prova a guadagnare di più e cerca di vendere il pupo a un’altra coppia. E ci sono anche i casi di madri e padri committenti che rifiutano il bambino, perché “difettoso” e poco rispondente agli standard qualitativi desiderati.
Sono probabilmente questi aspetti di scarsa governabilità della questione ad aver convinto il legislatore olandese dell’opportunità di proibire l’utero in affitto. Per analoghi motivi, nello scorso aprile, la permissiva Inghilterra ha deciso di eliminare l’anonimato del donatore nelle pratiche di fecondazione eterologa, vista la quantità di cause intentate da figli della provetta diventati adulti e desiderosi di conoscere le proprie origini biologiche. E in altri laicissimi paesi, come la Svezia e la Norvegia, da molto tempo è assicurata al nato da eterologa la possibilità di accedere alle informazioni sulle circostanze del proprio concepimento, ed è da sempre proibita l’eterologa femminile, cioè la donazione di ovociti. C’è da scommettere che, così come per l’Inghilterra, Svezia e Norvegia, ci sarà sicuramente qualcuno che ora lamenterà la necessità del “turismo procreativo” anche per i sudditi della regina d’Olanda. Resta il fatto che paesi ben lontani dalle gabbie confessionali che qui qualcuno lamenta, e da sempre all’avanguardia nel bricolage tecno-procreativo, arrivano a porre limiti dopo che molti danni, nelle vite concrete, sono stati irreparabilmente consumati.
(Il Foglio - 29/11/2005)



scritto da: Faramir alle ore 11:43 | link | commenti
categorie: bioetica, fecondazione
martedì, 29 novembre 2005

Cgil e Bertinotti abortiscono il programma Prodi in fase embrionale

Prodi finalmente fa un'affermazione forte (non un bofonchiare vago o generico come quelli a cui ci ha abituati), dice che all'Italia «serve un programma radicale, di riforme forti e profonde» e fa esplicito riferimento ai 5 punti elencati in un editoriale del Corriere.
Mica cose da poco: introduzione di maggiore concorrenza nel sistema universitario (ma la riforma Moratti allora, perché non gli piaceva?), eliminazione degli Ordini professionali, rimozione del Governatore della Banca d'Italia, soppressione della Cassa Depositi e Prestiti e adozione del modello danese nel mercato del lavoro (ancora più flessibile della legge Biagi, che la sinistra italiana considera "orrenda").

Capezzone esulta.
La sinistra sbotta.
A Liberazione Giorgio Cremaschi (segreteria generale della Fiom-Cgil) ha subito dichiarato che se «solo alcuni dei punti suggeriti dal Corriere fossero accolti dal governo sarebbe necessario uno sciopero generale a settimana».
E ha ribadito il concetto in
una intervista al Giornale.

[...] Che cosa pensa del modello danese di mercato del lavoro che piace a Prodi?
«Tempo fa andava di moda il modello olandese, poi si passò a quello irlandese. Ogni sei mesi si cambia. Ridicolo. Il prossimo sarà il modello cinese?». [Sul fatto che Prodi sia ridicolo concordo! Nota di Gino]
E a lei quale modello piace?
«Nessuno, perché si parte sempre colpendo i lavoratori. Io voglio estendere i diritti, non ridurli o ridistribuirli come vogliono fare i riformisti.
A partire dall'articolo 18 per tutti i lavoratori». [Ci risiamo con l'estensione dell'art.18 alle imprese con meno di 15 dipendenti, idea assurda, sonoramente battuta al referendum e che ingesserebbe ulteriormente un'economia già troppo rigida. NdG]
Ma qui si parla di consentire i licenziamenti senza tutela giudiziaria.
«Non penso che Prodi possa avere in mente di riaprire quella partita. Sarebbe una sciocchezza e un errore strategico. Si sfalderebbe la coalizione e i sindacati non glielo consentirebbero». [Prodi, oltre a essere ridicolo, dice sciocchezze. Bene, bene... NdG]
I sindacati furono d'accordo con il pacchetto Treu, che nel '97 introdusse i contratti flessibili.
[Toh! Senti un po' chi introdusse l'infame flessibilità... NdG]
«Accordo colpevole, c'è stata autocritica: troppo buoni con i governi di centrosinistra. Oltre ad abolire la legge Biagi, bisogna rimettere mano al pacchetto Treu. Anche nella Cgil c'è ampio consenso. E la concertazione, che è servita a far pagare a lavoratori e pensionati i costi dell'euro, non è riproducibile». [Ah! Quindi i problemi di lavoratori dipendenti e pensionati hanno qualcosa a che fare con l'euro... Ma và? NdG]
Se Prodi non crede di fare queste riforme, perché le annuncia mentre si scrive il programma dell'Unione?
«Di programmi elettorali sono lastricate le strade dell'inferno. Per me si tratta di un polverone interessato. Fumo sparato a manovella». [Prodi, oltre a essere ridicolo e dire sciocchezze, è un dispensatore di fumogeni (speriamo non usi il fosforo bianco almeno!). Di bene in meglio... Ancora un po' e mi iscrivo alla Cgil. NdG]
[...] Nicola Rossi, economista e deputato Ds molto vicino a D'Alema, dice che l'Ulivo ha scelto un impianto liberale.
«Dice “ideologia liberale”. Mi colpisce. Ma le ideologie non erano morte?». [In effetti l'espressione "ideologia liberale" fa ridere, ma sorvoliamo... in fondo l'ha detto un amico di D'Alema, uno che di liberalismo... NdG]
Evidentemente non tutte.
«Allora neanche quella marxista. Se l'Unione farà un governo liberale, noi faremo un'opposizione socialista». [Ah, certo che con il socialismo si va lontano... NdG]
Non la convince l'idea di una scossa liberale per rilanciare l'economia?
«Riecco la via liberista.Dico: ma allora non s'impara mai niente. Il liberismo è fallito. Questi ammiccamenti dimostrano una debolezza culturale».
[Debole culturalmente è chi pensa che questo paese abbia mai visto un vero liberalismo! Siamo qui che cerchiamo di abbattere un deficit enorme cresciuto grazie a 50 anni di economia statalista. Chi l'ha mai visto un vero libero mercato da queste parti? L'interventismo statale l'ha sempre fatta da padrone, e i "grandi" capitalisti italiani hanno sempre usufruito di scorciatoie o "uscite di sicurezza" gentilmente offerte dai governanti di turno... NdG]
[...]

In un'altra intervista al Giornale, Bertinotti rincara la dose:

[...] Introdurre anche in Italia libertà di licenziamento compensata da un'efficiente rete di protezione sociale? «Non ci pensiamo proprio» [...]Rifondazione comunista rimarcherà comunque la sua contrarietà totale alla «legge 30» [la chiamano così la legge Biagi, perché, si sà... non è policamente corretto parlare male di un morto... meglio non nominarlo proprio, caso mai qualcuno si ricordasse che è stato ammazzato dai terroristi di matrice marxista-comunista... Nota di Gino], rispetto alla quale - spiega Alfonso Gianni del Prc - «bisogna voltare pagina, fare piazza pulita».

Peccato che nemmeno tra i sindacati ci sia unità di intenti su questo punto.
Figuriamoci nell'Unione (ex sovietica) prodiana...


scritto da: Faramir alle ore 17:49 | link | commenti (1)
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Di Padri, preti e uomini

Del mai banale Berlicche, nostro stimatissimo e pregevole socio, vi segnalo un interessante punto di vista sul perché alla Chiesa Cattolica servono preti che siano "uomini veri".

E non perdetevi le sue "letterine", veramente diaboliche... siete avvisati.

In tema di criteri per l'ammissione al sacerdozio, segnalo anche questo post di un vaticanista da tenere d'occhio, e che ho già aggiunto ai miei links (che devo decidermi a riorganizzare...): PalazzoApostolico.it.


scritto da: Faramir alle ore 11:56 | link | commenti (3)
categorie: religione, chiesa cattolica
lunedì, 28 novembre 2005

«Il comunismo non c’è più». «Contrordine compagni!»

A quanto pare Berlusconi non ha il monopolio di auto-smentite e precisazioni. Evviva il pluralismo!

«Noi non stiamo cercando un accordo su un nuovo partito comunista: il comunismo non c’è più...».
(Armando Cossutta, 27 novembre 2005)

«Il comunismo c'è ancora e ci sarà sempre, perché sempre ci sarà bisogno in Italia e nel mondo di uguaglianza e liberazione.»
(Armando Cossutta, 28 novembre 2005)

Forse Cossutta vuole proporci "uguaglianza e liberazione" alla maniera Sovietica, Cubana, Cinese, Vietnamita, Nord Coreana, etc.?
No grazie: preferiamo imparare dagli errori altrui.

Il grave errore di socialisti e comunisti è stato proprio il pensare di poter "costringere" gli uomini ad essere uguali. E poiché l'esperienza quotidiana ci sbatte in faccia che nella realtà gli uomini sono invece diversissimi tra loro (per apparenza fisica, opinioni, gusti, ecc.), a questi teorici dell'uguaglianza non restava che cercare di rendere uguali le condizioni di vita e il reddito degli individui.
Una cosuccia da nulla...

Ma se l'uguaglianza ha un senso quando si tratta di rispetto delle leggi, le cose cambiano molto quando si tratta di modelli economici. Come ricordava Albertina Oliverio in un saggio su "Economia e democrazia nel pensiero di Ludwig von Mises":

Ludwig von MisesPer motivi di utilità e per il mantenimento della pace va anche difesa, agli occhi di Mises, l’uguaglianza di fronte alla legge di tutti gli uomini: «è quasi impossibile mantenere una pace duratura in una società nella quale siano differenti i diritti e i doveri dei vari ceti. Chi delegittima una parte della popolazione deve sempre aspettarsi che i delegittimati si coalizzino contro i privilegiati. I privilegi di ceto devono scomparire, se si vuole che cessino le lotte per accaparrarseli». Strettamente collegata al discorso sull'uguaglianza è poi la risposta che Mises fornisce ai socialisti quando obiettano che l'uguaglianza degli individui davanti alla legge non significa nulla se prima non si aboliscono le differenze di ricchezza e di reddito. Egli reputa al contrario che la disuguaglianza dei redditi sia necessaria per il funzionamento dell’economia di mercato: «solo perché nel nostro ordinamento sociale la proprietà non è eguale per tutti, e solo perché questa ineguaglianza è un incentivo per ciascuno a produrre il massimo possibile al minimo costo, l’umanità si trova a disporre oggi della somma di ricchezza annua che può consumare».

Potremmo anche dire, citando Luigi Einaudi, che Liberalismo «è quella politica che concepisce l’uomo come fine. Si oppone al socialismo il quale concepisce l’uomo come un mezzo per raggiungere fini voluti da qualcuno che sta al di sopra dell’uomo stesso, sia esso la società, lo Stato, il governo, il capo».

Potremmo anche ricordare che sempre Ludwig von Mises ha dimostrato l'impossibilità economica del socialismo:

"Il calcolo economico capitalistico [è] l'unico che ci rende possibile una produzione razionale, [perché] si basa sul calcolo monetario. Solo perché sul mercato esistono prezzi espressi in moneta per tutte le merci e tutti i servizi, le più diverse specie di beni e di prestazioni lavorative possono rientrare in un calcolo omogeneo. Nell'ordinamento sociale socialista, in cui tutti i mezzi di produzione sono di proprietà della collettività, e in cui quindi non esiste un mercato e uno scambio di beni e servizi produttivi, non può esistere neanche un prezzo monetario dei beni di ordine superiore e delle prestazioni lavorative. Nella società socialista perciò mancherebbe lo strumento principe della gestione razionale di un'azienda: il calcolo economico. Non può esserci calcolo economico se manca un denominatore comune al quale poter ricondurre tutte le varie specie di beni e servizi" (L. von Mises, Liberalismo)

Ma a che servirebbe? Le utopie sono così affascinanti... e se le cose vanno male si può sempre dare la colpa a qualcun'altro. Denunciare un turpe "complotto capitalistico". Ci sarà sempre qualche illuso che se la beve senza batter ciglio.
Per molti è difficile accettare che la realtà sia più dura e complessa dei propri sogni, come spiega alla fine del suo saggio Albertina Oliverio:

Sfortunatamente tutte le teorie che postulavano la nascita e l’edificazione di una società socialista, o comunista, sono state lo strumento e l’alibi utilizzato da una ristretta élite politica al potere che, in nome dell’uguaglianza sociale e della parità economica tra i membri della comunità, si è consolidata e si è impossessata delle posizioni al vertice della piramide sociale dimenticandosi volutamente il resto del paese nella miseria, negando ogni libertà agli individui e lasciandogli solamente il ‘diritto di obbedire’. Mises tutto questo lo aveva predetto già nei lontani anni Venti del secolo scorso pur essendo consapevole del fatto che «chi difende la proprietà privata dei mezzi di produzione però non sostiene affatto automaticamente che l’ordinamento sociale capitalistico che si basa su di essa sia perfetto. La perfezione non è di questo mondo. Anche dell’ordinamento sociale capitalistico a ciascuno di noi può non piacere questa o quella cosa, molto o addirittura tutto». Ma per Mises questo era l’unico ordinamento sociale possibile in grado di garantire la massima libertà individuale.

Sempre al tema "uguaglianza-comunismo", avevo dedicato uno dei miei primi post (Quelli che... "nonostante tutto dobbiamo ringraziare il comunismo per l'ideale di eguaglianza"), che contiene una bella citazione di François Furet, da far leggere a Cossutta e ai suoi compagni incolonnati in un "interminabile corteo revisionista che segue da oltre trent'anni il convoglio funebre del comunismo credendo di poter festeggiare prima o poi la sua guarigione".


scritto da: Faramir alle ore 18:00 | link | commenti (3)
categorie: liberalismo, socialismo

Né clericali Né moralisti

Qui si cerca la ragione dei fatti, dove si trova si trova

Chi ci legge da anni ha incontrato con un certo anticipo in queste colonne le questioni eterne di cui oggi, nell’attualità del tempo che si muove si perde e si annuncia, tutti discutono con passione: il problema della verità di ragione e del relativismo, le avventure del diritto naturale, la bioetica e tutte le faccende che riguardano il nascere (clonazione, aborto, fecondazione artificiale) e il vivere (matrimonio, famiglia, sessualità) e il morire (eutanasia), l’identità occidentale con le sue radici giudaiche e cristiane e la sfida islamista, la differenza in Europa e in America tra laicità e ideologia laicista, tra secolarismo e ideologia secolarista, e molto altro ancora di quanto dilaga finalmente, felicemente, confusamente nei discorsi pubblici e privati. Un certo numero di sciocchi definisce tutto questo cultura teocon oppure clericalismo oppure moralismo. Qualche mascalzone ha anche osato affibbiarci xenofobia o misoginia o razzismo, ma con i mascalzoni non si parla. Lo sciocco, che invece costringe a rare precisazioni perché è più diffuso e pericoloso del mascalzone, vede il dito e non la luna, si sa; e lo sciocco italiano adotta sempre la più facile classificazione micro-politica, fatta sempre a misura delle sue micro-ansie, delle sue micro-ambizioni.
Non siamo clericali perché non premiamo i prelati né cerchiamo premi da loro. Non siamo una vetrina per passerelle vaticane. Il nostro è un giornale che cerca di definire razionalmente i fatti in un tempo in cui la ragione flette sotto il peso del pensiero negativo e delle più evanescenti interpretazioni, e se trova la ragione tra i preti e nel popolo cattolico, se ne rallegra e va avanti nella discussione, e se non la trova tra i guru del neosecolarismo, tra gli automatismi ideologici e le intolleranze alla realtà del popolo laicista, se ne dispiace e va avanti nella ricerca e nella discussione. Non siamo nemmeno moralisti. Non coltiviamo l’idolatria dei valori, che è un pallido sostitutivo sia della fede privata, sia della confessione pubblica della fede, sia di un’idea della vita e della politica priva di fede nel trascendente ma non di realismo intellettuale. Abbiamo difeso la parola “peccato” dall’aggressione ignorante dei parlamentari europei, e la parola “matrimonio” dalla falce dei canonisti zapateriani in ginocchio di fronte ai loro stessi idoli; ma non perché prescriviamo come si debba vivere, piuttosto perché vogliamo discutere della buona vita, e senza imposizioni, né di stato né di fede né di cultura né di incultura. Sappiamo che l’ironia è l’arma più forte, a patto che nasconda qualcosa di buono e di bello, magari di allegro.
“E poi noi ci muoviamo continuamente tra due preti, ci destreggiamo tra due bande di preti; i preti laici e i preti ecclesiastici; i preti laici che negano l’eterno del temporale, che vogliono disfare, smontare l’eterno del temporale, quello che sta dentro il temporale; e i preti ecclesiastici che negano il temporale dell’eterno, che vogliono disfare, smontare il temporale dell’eterno, quello che sta dentro l’eterno” (Charles Péguy, “Véronique”).

(Il Foglio - 26/11/2005)

Con un paio di piccole modifiche ("blog" invece di "giornale", "atei e agnostici" invece di "i preti e nel popolo cattolico", aggiungere "e del cattolicesimo cosìddetto democratico" dopo "guru del neosecolarismo") questo potrebbe essere un manifesto perfetto per il mio blog.


scritto da: Faramir alle ore 14:57 | link | commenti (3)
categorie: cultura, attualita
mercoledì, 23 novembre 2005

[Dagospia] ALLARME DAGLI USA: QUATTRO MORTI SOSPETTE ATTRIBUITE ALLA RU-486

ABORTO CHIMICO - ALLARME DAGLI USA: DI RU-486 SI PUÒ MORIRE? OGGI IL NEW YORK TIMES RIPROPONE LE PREOCCUPAZIONI DELL'USO DELLA PILLOLA ABORTIVA E PIÙ SPECIFICATAMENTE RIGUARDO LE QUATTRO MORTI SOSPETTE DA ATTRIBUIRE ALLA RU-486…

Elmar Burchia per Dagospia

La pillola RU-486, che tanto in questi giorni fa anche discutere in casa nostra è mortale? Torna a far discutere l'aborto "facile" per via chimica anche negli Stati Uniti. Oggi, sul New York Times un articolo ripropone le preoccupazioni dell'uso della pillola abortiva e più specificatamente riguardo le quattro morti sospette da attribuire alla RU-486.

Quattro casi di morte, dal settembre 2003 al giugno 2005, in donne che sono ricorse all'uso della pillola abortiva in America, hanno determinato l'intervento della Food and Drug Administration (FDA). Il New York Times ha dato la notizia delle due ultime morti in ordine di tempo registrate in California quest'estate: entrambe le donne avevano preso la pillola abortiva, la RU-486, e sono decedute.
I decessi, secondo la FDA, sarebbero dovuti ad una rara e letale infezione batterica che le donne avevano contratto provocata dal Clostridium sordellii. La FDA ha dato esito negativo riguardante una possibile contaminazione delle pillole abortive in questione in California. E' però stato richiesto dalla stessa FDA assieme al centro federale "Disease Control and Prevention" di indire una riunione scientifica per il prossimo anno per fare luce su "questo mistero". Si vuole verificare se la pillola Mifeprex detta anche RU-486, è effettivamente letale in soggetti che sono vulnerabili alla infezione di batteri Clostridium sordellii.

RU-486 è la sigla della pillola a base di mifepristone che è stata sviluppata in Francia nel 1980 da Etienne-Emile Baulieu. Dopo essere stata immessa sul mercato, la pillola ha avuto un percorso tortuoso che si è concluso nel 1994 quando negli Stati Uniti la FDA ne ha approvato l'utilizzo in combinazione con misoprostolo (intravaginale) non oltre le sette settimane di gestazione.

In un comunicato datato 19 luglio la FDA, tenuto conto dei casi di decessi, allerta i medici e le donne che decidono di utilizzare quello che è stato definito l'aborto chimico. In particolare, secondo gli esperti della FDA, prima di prescrivere la pillola i medici si devono sincerare che nella donna non sia in corso un'infezione batterica.

Negli Stati Uniti questa notizia ha avuto un'eco particolare; quattro donne morte in meno di un anno creano un caso anche se in molti sostengono che, rispetto al numero totale delle donne che sono ricorse alla pillola, questi decessi rientrano nella casistica. Difficile, però, parlare di statistiche in questi casi. Tanto difficile che la FDA ha immediatamente applicato il principio di precauzione stilando tempestivamente le linee-guida a cui si devono attenere medici e pazienti senza però creare un clima di allarme.

Per ora la FDA non ritiene di togliere la pillola dal mercato. Il Mifeprex è oggi usato in più di 500.000 aborti negli Stati Uniti. Il rischio, sostiene la FDA, di decesso post-aborto per uso della pillola abortiva è uguale a quello di aborto chirurgico, ha dichiarato oggi al NYT Steven Galson, direttore della FDA.

Dagospia 23 Novembre 2005

Allora, "il rischio di decesso post-aborto per uso della pillola abortiva è uguale a quello di aborto chirurgico" (secondo altri medici è pure superiore), gli effetti collaterali sono più pesanti (crampi addominali più dolorosi di quelli mestruali che a volte richiedono l'uso di antidolorifici, abbondanti perdite di sangue, nausea, diarrea, febbre, esantema), e in più la donna è lasciata sola, con una responsabilità personale più pesante.
Questo sarebbe il "male minore"?


scritto da: Faramir alle ore 14:41 | link | commenti (6)
categorie: ru-486

Se ci fosse una educazione del popolo tutti starebbero meglio

Sottoscrivo, rilancio e vi invito a diffondere il seguente appello:

Se ci fosse una educazione del popolo tutti starebbero meglio

L’Italia è attraversata da una grande emergenza. Non è innanzitutto quella politica e neppure quella economica - a cui tutti, dalla destra alla sinistra, legano la possibilità di “ripresa” del Paese -, ma qualcosa da cui dipendono anche la politica e l’economia. Si chiama “educazione”. Riguarda ciascuno di noi, ad ogni età, perché attraverso l’educazione si costruisce  la persona, e quindi la società.
Non è solo un problema di istruzione o di avviamento al lavoro.
Sta accadendo una cosa che non era mai accaduta prima: è in crisi la capacità di una generazione di adulti di educare i propri figli.
Per anni dai nuovi pulpiti - scuole e università, giornali e televisioni - si è predicato che la libertà è assenza di legami e di storia, che si può diventare grandi senza appartenere a niente e a nessuno, seguendo semplicemente il proprio gusto o piacere.
È diventato normale pensare  che tutto è uguale, che nulla in fondo ha valore se non i soldi, il potere e la posizione sociale. Si vive come se la verità non esistesse, come se il desiderio di felicità di cui è fatto il cuore dell’uomo fosse destinato a rimanere senza  risposta.
È stata negata la realtà, la speranza di un significato positivo della vita, e per questo rischia di crescere una generazione di ragazzi che si sentono orfani, senza padri e senza maestri, costretti a camminare come sulle sabbie mobili, bloccati di fronte alla vita, annoiati e a volte violenti, comunque in balia delle mode e del potere.
Ma la loro noia è figlia della nostra, la loro incertezza è figlia di una cultura che ha sistematicamente demolito le condizioni e i luoghi stessi dell’educazione: la famiglia, la scuola, la Chiesa.
Educare, cioè introdurre alla realtà e al suo significato, mettendo a frutto il patrimonio che viene dalla nostra tradizione culturale, è possibile e necessario, ed è una responsabilità di tutti.
Occorrono maestri, e ce ne sono, che consegnino questa tradizione alla libertà dei ragazzi, che li accompagnino in una verifica piena di ragioni, che insegnino loro a stimare ed amare se stessi e le cose.
Perché l’educazione comporta un rischio ed è sempre un rapporto tra due libertà.
È la strada sintetizzata in un libro cruciale, nato dall’intelligenza e dall’esperienza educativa di don Luigi Giussani: Il rischio educativo. Tutti parlano di capitale umano e di educazione, ci sembra fondamentale farlo a partire da una risposta concreta, praticata, possibile, viva.
Non è solo una questione di scuola o di addetti ai lavori: lanciamo un appello a tutti, a chiunque abbia a cuore il bene del nostro popolo.
Ne va del nostro futuro.

Seguendo il link si possono leggere i nomi dei primi firmatari, molto eterogenei come provenienza culturale, politica e religiosa.


scritto da: Faramir alle ore 11:53 | link | commenti
categorie: educazione
martedì, 22 novembre 2005

Avvenire apprezza il richiamo di Bush alla Cina

Finalmente una visita attenta ai diritti umani.
Mica come quelle di tanti statisti europei (anche italiani, purtroppo).

E il Vaticano prende nota.


scritto da: Faramir alle ore 18:16 | link | commenti (5)
categorie: politica internazionale, libertà, libertà religiosa

DS = Discriminazioni Sinistre

Ieri pomeriggio Massimo D’Alema ha partecipato ad un convegno dei DS a Roma. [...] D’Alema è intervenuto sulla polemica in corso in tema di aborto. “In Italia non c’è una spaccatura tra laici e cattolici” ha garantito “si è creata una grande forza riformista che supera le divisioni tra laici e cattolici e mette insieme le migliori energie riformiste del Paese”. L’esponente della sinistra riformista si è chiesto: “Si può pensare che una donna che vive il dramma dell’aborto e va in consultorio pubblico, lì trova i militanti di Comunione e Liberazione?”. E si è risposto che no, “non è così che funziona”. Applausi. Quindi l’esponente della sinistra riformista ha spiegato che la sua posizione “non è frutto di relativismo etico”, quanto piuttosto “dell’etica della solidarietà”, “nel rispetto della libertà della donna”. Perché già di suo, dice D’Alema, “l’aborto è un dramma”. E uno mica può passare dalla padella alla brace, trovandosi davanti un ciellino al consultorio. Uno dell’Opus Dei ancora ancora. La logica dalemiana sembra avere una sua potenza geometrica: i consultori sono luoghi pubblici, ergo laici, ergo aconfessionali, ergo per chi esprime una identità religiosa o solide convinzioni morali sono destinati a rimanere off-limits. I seguaci di don Giussani, poi, devono proprio stare alla larga. [...] Siccome non si può dare di razzista ad un esponente della sinistra riformista, viene solo da notare che a norma di legge “il personale addetto ai consultori deve essere in possesso di titoli specifici in una delle seguenti discipline: medicina, psicologia, pedagogia, assistenza sociale, nonché dell’abilitazione, se prescritta, all’esercizio professionale”. Non si parla di CL. E che sarebbe poi strano, per non dire folle, se “pubblico” venisse a coincidere con a-religioso, o soggiogato a un’inquietante “etica di Stato”. Con la stessa logica, può un ebreo insegnare all’Università? Un buddista lavorare in ospedale?
Martino Cervo (LIBERO, Domenica 20/11/2005)

(grazie a
Sorvegliato Speciale per la citazione)


scritto da: Faramir alle ore 13:09 | link | commenti
categorie: laicismo, anticlericalismo
lunedì, 21 novembre 2005

L’aborto: da «diritto» a dovere?

Sfatare i luoghi comuni sull’aborto: questo è forse il compito principale del nuovo atteggiamento che si va profilando nella cultura italiana sul tema. Non che non ci sia stato chi lo ha capito in passato, intendiamoci; ma la vulgata che per troppo tempo ha occupato la scena è stata caratterizzata da una lettura del problema parziale - quando non vistosamente deviata - che ha lasciato poco spazio a visioni alternative. Ora sembra, a tratti, che il tabù stia cadendo, e che si possa nuovamente parlare liberamente di aborto. È un altro di quei fenomeni italiani, per certi aspetti prevedibile, per altri aspetti quasi miracoloso.

Si respira così un certo imbarazzo, una sorta di kuhniana “fase straordinaria” del pensiero, con gli ideologi di ieri fermi nei loro slogan e un mondo che sta andando oltre superandoli. Il problema è che i vecchi ideologi si presentano come “i moderni”, come gli interpreti autentici del “progresso”, e dal momento che dominano ancora sulla maggior parte dei mezzi di informazione credono basti ripetere stanchi ritornelli per fermare un movimento di riflessione che non li favorisce.

Eppure i segni di un cambiamento ci sono, e il referendum del 12 e 13 giugno scorsi lo ha dimostrato. Lo ha dimostrato perché non si è mossa solo la Chiesa Cattolica, ma anche un consistente schieramento di laici non credenti. E lo ha dimostrato anche per la ragione contraria, e cioè perché la Chiesa Cattolica si è mossa e la gente l’ha ascoltata.

È un fatto che ha dato fastidio, indubbiamente, ai paladini del laicismo militante, ma forse dà ancora più fastidio il fatto che l’ondata di “realismo” che ha invaso l’Italia nei mesi della PMA non sia finita, e si stia prolungando in un ripensamento della pratica abortiva così come si è imposta in questi trent’anni di aborto legale.

Gli slogan, si sa, sono efficaci perché sono semplici, sintetici, rimangono subito in mente, sembrano intuitivi. Il fatto che dicano il vero è secondario: lo slogan, più che spiegare o confermare una visione del mondo, la suggerisce, magari usando la strategia di combinare sapientemente alcune verità con alcune menzogne in modo tale che tutto appaia verità. E di slogan sull’aborto ne abbiamo sentiti molti, opportunamente rispolverati di recente per promuovere l’introduzione dell’RU-486.

Lo slogan di gran lunga più sfruttato recita: “le donne devono essere libere di scegliere”. Siamo tutti contro l’aborto, si dice, nessuno vuole che gli aborti aumentino, l’aborto è un dramma da evitare ma … le donne devono poter “scegliere” perché, in fondo, la gravidanza è una condizione che riguarda soprattutto loro, e se non è desiderata o indicata bisogna in qualche modo “interromperla”. Come? Nel modo meno traumatico possibile. Di qui la sponsorizzazione della pillola abortiva, che ridurrebbe le sofferenze delle donne.

Le risposte a questo condensato di luoghi comuni non sono poi così difficili, se si accetta di ragionare senza pregiudizi. Innanzitutto bisogna precisare che l’aborto non è un diritto. Non esiste un simile diritto nella legge morale naturale, né la normativa italiana in materia ammette un diritto incondizionato all’aborto.

Non è un diritto semplicemente perché non è una procedura sanitaria qualsiasi, ma un atto con il quale si sopprime volontariamente una vita umana. È tecnicamente un omicidio, e non può essere considerato altrimenti: il Concilio Vaticano II non esita a definirlo “delitto abominevole” (Gaudium et Spes, 51). Trattandosi di una “licenza per uccidere”, l’aborto – anche quello “legale” – non può essere un diritto: non esiste un diritto di uccidere.

È innegabile che la gravidanza, per la sua fisiologia, e la maternità, per le responsabilità che comporta, possono divenire problematiche e rendere così il bambino in arrivo un problema. La vera soluzione non è tuttavia la soppressione del nascituro, ma semmai l’aiuto concreto alle donne e alle famiglie in difficoltà, esattamente come previsto da quella legge 194 che - secondo lo slogan - “non si tocca”, però – stranamente – neppure si applica per intero.

E comunque, in qualunque situazione, resta la verità etica fondamentale che non posso eliminare direttamente e volontariamente un altro essere umano. Al massimo posso difendere la mia vita uccidendo per legittima difesa il mio aggressore, ma i casi in cui il bambino possa essere considerato un “aggressore” appaiono di difficile individuazione, mentre quelli in cui si configura l’aborto come atto indiretto, sono rarissimi e ben individuabili dal punto di vista etico, e non hanno nulla a che vedere con la valenza “terapeutica” del nostro aborto legale.

Un aborto è indiretto, cioè non volontario, quando si interviene per curare una donna gravida da una patologia, con la conseguenza, prevista ma non voluta, di compromettere la salute e la vita del bambino. Anche in questi casi la donna ha la libertà di non abortire, ma ha anche il diritto di difendere la propria vita – dalla malattia, non dal bambino – con la cura adeguata, sia essa una chemioterapia o una resezione dell’utero o l’asportazione di una massa tumorale.

Il 18 novembre, nel discorso di apertura del Congresso nazionale dei Centri di Aiuto alla Vita, il Presidente del Movimento per la Vita Italiano Carlo Casini ha ribadito appunto come i 280 Centri sparsi in tutta Italia abbiano garantito a circa 70.000 donne la fondamentale libertà di non abortire, che spesso sembra negata nella fredda routine delle procedure consultoriali (cfr. Lo Stato che rinuncia a vietare non rinunci a difendere la vita dei nascituri, ZENIT, 18 novembre 2005).

Se l’opera di dissuasione dal ricorso all’aborto fosse davvero compiuta in fase di consulenza, in ottemperanza alla legge 194/1978, la polemica recentemente insorta a proposito della RU486 sarebbe del tutto vana, perché le donne non si lascerebbero persuadere ad utilizzarla.

Intanto perché è un farmaco che presenta rischi importanti. L’hanno usata già “milioni” di donne, si annuncia trionfalmente, e tuttavia una percentuale non trascurabile di esse, circa l’1%, ha avuto conseguenze gravissime, fino ai documentati casi di morte che hanno portato a maggiori restrizioni in luoghi – come gli Stati Uniti e la Cina – dove la pillola era stata introdotta in modo alquanto liberale. Conseguenze meno gravi ma significative sono accusate da tutte le donne che vi hanno fatto ricorso, per non parlare dei problemi di ordine psicologico, presenti in misura anche maggiore rispetto all’aborto chirurgico in quello chimico (cfr. C. Navarini, L’aspirina di Erode: anche in Italia l’aborto “facile” e chimico dell’RU486, ZENIT, 18 settembre 2005).

Pochi giornali riportano i casi di donne che, dopo l’aborto farmacologico, hanno annunciato che sarebbe stata “l’ultima volta”, proprio a causa dei disagi patiti. È tuttavia significativo che venga usato uno dei farmaci largamente percepiti come innocui per descrivere un preparato certamente mortale, almeno per colui al quale è diretto, cioè il bambino in gestazione.

Le numerose affermazioni tranquillizzanti – pronunciate dai medici che si battono per l’introduzione della RU-486 – rivelano al di là di ogni possibile dubbio come l’aborto farmacologico banalizzi effettivamente l’aborto stesso, cercando di ridurlo ad un “trattamento qualsiasi”. Il “padre” della pillola, il medico francese Etienne-Emile Balieu, affermò in un’intervista: “la prima persona che sperimentò la pillola, a Ginevra nell’81, fu un’infermiera: iniziò il trattamento un venerdì e trascorse il weekend in montagna sugli sci” (Finalmente cade il tabù. Sulla mia pillola solo l’Italia aveva dei dubbi, “Nazione - Carlino - Giorno”, 14 settembre 05, p. 6).

Come si può sostenere al contempo che la RU-486 libera per sempre le donne dal dolore dell’aborto e che non intende in alcun modo aumentarne il numero? Per ridurre il numero degli aborti, è chiaro, occorre limitarne – laddove non si possa impedirne – la pratica, indagando attentamente motivazioni e contesto, attuando un’opera attenta di formazione alla maternità responsabile e cercando di eliminare gli ostacoli che si frappongono eventualmente alla continuazione della gravidanza.

Ma proprio qui mostrano il loro vero volto coloro che ipocritamente dicono di considerare l’aborto un “dramma”, una scelta “lacerante”, una “tragedia” da ridurre. Da ridurre, sorprendentemente, attraverso la sua totale liberalizzazione e facilitazione: una pillola e via, così anche i dottori se ne possono lavare le mani. Uteri vostri, affari vostri. Con l’acume e la puntualità consueti ha segnalato questo punto Eugenia Roccella, sottolineando un altro elemento determinante nella novità dell’aborto farmacologico: la solitudine ancora più profonda delle donne, che nel mezzo del dramma si ritrovano con una pillola fra le mani, fra l’indifferenza generale.

Chi spinge per la RU-486 non sono in primo luogo le donne, che anche laddove “possono scegliere” si orientano in prevalenza verso l’aborto chirurgico, ma le strutture sanitarie e la classe medica, che si possono liberare per questa via dall’ingombrante peso di quei piccoli corpi umani dilaniati. È cioè “un’operazione di candeggiatura dell’immaginario”, è “l’aborto (illusoriamente) ripulito, infiocchettato e rispedito al mittente”: “trasformarlo in una procedura asettica e astratta è una soluzione che maschera e nega sia la violenza esercitata sul feto sia quella sulle donne” (E. Roccella, Il falso dilemma tra aborto “amichevole” a aborto colpevolizzante, “Il Foglio”, 18 novembre 2005, p. 2).

Lo prova la reazione alla proposta di inserire volontari per la vita nei consultori, così da aiutare le donne in difficoltà, renderle meno sole, più consapevoli, e contribuire a evitare ciò che tutti sembrano chiamare “dramma” salvando concretamente qualche vita: indignazione e protesta da parte di chi un minuto prima parlava di “poter scegliere”. Perché, in fondo, questo aborto si deve fare, a tutti i costi. I coltivatori del dubbio sistematico, gli hezbollah del relativismo morale non tollerano che si cambi idea una volta che una donna abbia pensato di abortire. In questo caso non solo non si deve dubitare, ma va impedito che si possa farlo.

E la cosa è ancora più rivoltante se solo si rammenti – mai abbastanza – quale sia il processo di isolamento psicologico ed emotivo delle donne che affrontano una gravidanza resa ancor più difficile dalla pressione/assenza di uomini deboli ed egoisti, di famiglie impazienti di sbarazzarsi del problema, di ginecologi senza scrupoli e di una pseudo-cultura di falsa libertà ma di vera violenza sui più deboli, come appunto le donne in difficoltà e ancor di più gli esseri umani senza voce e senza diritti che portano in grembo.

Occorre allora riparlare soprattutto dei diritti umani fondamentali, anche di quello dell’embrione alla vita che nemmeno la 194 nega, a partire dal dato biologico e antropologico per cui il frutto del concepimento umano è sempre un essere umano, e come tale va tutelato. Nel discorso citato, Casini ha affermato che “la cultura dei diritti umani, nonostante i tentativi di svuotarla o, addirittura, di trasformarla nel suo contrario, ha una forza espansiva inarrestabile che finirà per abbracciare anche il concepito”.

La dottoressa Claudia Navarini (foto) è docente di Bioetica presso l’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum
Il grassetto è mio. Per l'articolo originale si veda sul sito dell'Agenzia Zenit.


scritto da: Faramir alle ore 09:59 | link | commenti (5)
categorie: bioetica, cultura della morte, aiuto alla vita
giovedì, 17 novembre 2005

Quando la RU486 uccide la donna, oltre al figlio

Il Foglio - 17/11/2005

Holly PattersonQuando Holly Patterson si è sentita male, i genitori erano all’oscuro del fatto che si fosse rivolta all’Ippf per abortire. Secondo le leggi della California, una minorenne (Holly aveva allora 17 anni) non può partecipare a una gita scolastica senza il consenso dei genitori, ma può abortire in perfetta solitudine, senza comunicarlo a chi è responsabile per lei. Holly aveva scelto (o le era stato suggerito) l’aborto chimico. Forse avrà pensato che fosse più facile, come si sente dire; soprattutto avrà pensato che così poteva tornare a casa subito. Nella sua stanza, da sola, ha ingerito la seconda pillola, il misoprostol, e subito dopo sono cominciati i dolori. La sua agonia si è conclusa in clinica, dietro una tenda che la isolava, mentre la famiglia, impotente e sconvolta, ancora faticava a capire quello che stava succedendo. I genitori di Holly, però, non si sono rassegnati, e non solo hanno iniziato una dura lotta per mettere fuori legge la RU486, ma il 6 novembre 2003 hanno scritto una lettera aperta ai media, in cui raccontano la loro storia e denunciano la pericolosità dell’aborto chimico.


Gentili signori e signore, il rapporto dell’Alameda County Coroner ha ratificato la verità che già sapevamo. Holly è morta a causa di un aborto chimico provocato dalla RU486. Non esistono rimedi veloci o pillole magiche per interrompere una gravidanza. La nostra famiglia, gli amici, la nostra comunità è profondamente addolorata, e per sempre segnata dalla morte, tragica ed evitabile, di Holly (…). Holly era una ragazza forte, intelligente, in buona salute, che è rimasta vittima di un processo che l’ha perduta, a cominciare dall’uomo di 24 anni che ha avuto con lei rapporti non protetti, l’ha messa incinta, e ha collaborato a mantenere segreti la sua gravidanza e il suo aborto. In questa cospirazione del silenzio, la sicurezza di Holly è stata affidata alla pillola approvata dalla Fda e somministrata dalla Ippf al pronto soccorso del Valley Care Medical Center, dove le hanno dato antidolorifici, mandandola a casa. Sabato e domenica Holly si è lamentata di dolori gravi e di crampi, permettendoci di confortarla ma senza dirci cosa realmente era accaduto. Il 7 settembre 2003 alle 17 ha ceduto allo shock settico ed è morta.
Holly non era una ragazza sola, disamata, senza protezione o appoggio; aveva una grande famiglia disposta ad aiutarla, nella sua breve vita e nella sua tragica morte. Adesso possiamo ricordarla e dividere la memoria dei suoi scintillanti occhi azzurri, del suo sorriso coinvolgente, della sua determinazione e della sua grazia gentile, che sollecitava il nostro naturale istinto di proteggerla e amarla, ma non riusciremo più a dimenticare i suoi ultimi momenti, quando era troppo debole per parlare e poteva appena stringerci la mano, in risposta ai nostri incoraggiamenti (…). Come genitori, non possiamo permettere che la morte orribile della nostra bellissima Holly avvenga invano.
La Fda ha fallito nella sua missione di assicurare che la RU486 sia un farmaco abortivo sicuro (…) La RU486 non dovrebbe nemmeno costituire un’occasione di divisione tra “Pro Choice” e “Pro Life”, tra chi è per la vita e chi è per la scelta: il primo problema dovrebbe essere la salute e il benessere dei nostri figli e delle giovani donne. Noi speriamo che tutti i genitori imparino dalla tremenda morte di Holly e dalla nostra perdita. Secondo i laboratori Danco, che distribuiscono la pillola abortiva, la RU486 fallisce nel 7/8 per cento dei casi. Più di un anno fa la Fda ha ricevuto 400 rapporti su reazioni negative al farmaco, inclusi numerosi decessi. Holly dunque è soltanto un’altra vittima, sottoposta a un inaccettabile rischio, grazie a un farmaco che ha significativi tassi di fallimento. Chiediamo che il commissario della Fda Mark Mc Clellan e il segretario della Human Services Tommy Thompson tolgano immediatamente la RU486 dal mercato, e che si svolga un’inchiesta esauriente, prima che altri genitori soffrano e altre donne muoiano. Oltre ai pericoli connessi al farmaco, crediamo che le strutture sanitarie non siano pienamente preparate a valutare e trattare i pazienti in situazioni di emergenza dovute a complicanze da pillola abortiva. Holly è stata due volte in ospedale ed è morta 20 minuti prima dell’appuntamento con i medici previsto dalla Ippf.
Abbiamo perso nostra figlia, Holly, ma crediamo di poter almeno aiutare ad evitare che terribili tragedie come la nostra colpiscano altre famiglie. La memoria e lo splendore di Holly vive nei nostri cuori, tra i familiari e gli amici, e nel nostro impegno.
Monty e Helen Patterson

Vi segnalo anche questo articolo di Assuntina Morresi e Eugenia Roccella: "Ombre e dolore sulla kill pill (e gli effetti collaterali si moltiplicano)"
E a proposito di "salute delle donne", ricordo quanto riferisce il dottor Renzo Puccetti, Medico Specialista in Medicina Interna:

"sono significativi i dati emersi da due recentissime ricerche pubblicate su due fra le più prestigiose riviste scientifiche sulla materia. Negli Stati Uniti il tasso di mortalità connesso all’aborto chirurgico è di 0,7 decessi ogni 100.000 aborti (considerando anche gli aborti tardivi, quelli a rischio maggiore) (Bartlett LA et al. Obstet Gynecol. 2004 Apr; 103(4):729-37), mentre quello relativo all’aborto con la RU-486 è di 1,1 decessi ogni 100.000 donne (Henderson JT et al. Contraception. 2005 Sep; 72(3):175-8) un valore più alto del 57%”.


scritto da: Faramir alle ore 17:21 | link | commenti (9)
categorie: cultura della morte

Rivolta in Francia: Fattore Islam

di Massimo Introvigne (il Giornale, 14 novembre 2005)

Tariq RamadanA Tariq Ramadan, nipote del fondatore del più importante movimento fondamentalista moderno, i Fratelli Musulmani, e teorico di un «neo-fondamentalismo» che vorrebbe ripresentare le idee del nonno nei termini della sinistra no global occidentale, devono essere fischiate spesso le orecchie negli ultimi giorni. Predica spesso nelle periferie parigine, e qualcuno pensa che il suo islam non precisamente filo-occidentale c'entri qualcosa con gli incidenti notturni. Beninteso, Ramadan non incita esplicitamente alla violenza. Ma in Italia siamo culturalmente attrezzati per comprendere il ruolo dei «cattivi maestri» che tirano il sasso e ritirano la mano.

Ramadan ha ora preso carta e penna per spiegare che con quello che sta succedendo a Parigi l'islam non c'entra. Si tratta semplicemente di povertà e di emarginazione sociale. Chi sostiene il contrario fa anzi il gioco dei terroristi, che sperano di trasformare una rivolta sociale in una religiosa.

Ramadan avrebbe ragione se qualcuno sostenesse che le cause dei fatti di Parigi sono esclusivamente religiose. Le spiegazioni serie, infatti, non fanno mai riferimento a una sola causa. Quello che succede a Parigi ha certo una componente di protesta sociale, che si spiega con il disagio economico, la crescente disoccupazione, lo sfascio del sistema scolastico e dei servizi sociali nella Francia di Chirac - troppo spesso pronta a vedere la pagliuzza nell'occhio di altri Paesi e non la trave nel suo - e il fallimento di una gestione dell'ordine pubblico che ha alternato carota e bastone nel modo sbagliato.

Tuttavia, se su questi fattori pure importanti non si fosse innestata la predicazione di un islam estremista i tumulti o non sarebbero scoppiati o sarebbero stati contenuti nelle dimensioni di molti eventi analoghi che le forze dell'ordine sono riuscite a gestire e che non sono arrivati sulle prime pagine dei giornali internazionali.

Per quanto questa osservazione possa essere sgradevole, balza all'occhio il contrasto tra il fondamentalismo islamico, che sfocia spesso nella violenza, e il fondamentalismo cristiano, ebraico o indù che nella stragrande maggioranza dei casi rimane non violento. In Francia, ma anche in Inghilterra, esistono quartieri musulmani caratterizzati da disagio sociale, ma ci sono anche quartieri - «ghetti», se si vuole - abitati da latino-americani, cinesi, indiani o ebrei hassidici dove le situazioni di disagio non sono meno forti. Molti degli immigrati latino-americani non sono cattolici e molti dei cinesi non sono confuciani o taoisti: in entrambi i casi si tratta di comunità che nell'immigrazione hanno aderito in modo massiccio a gruppi protestanti fondamentalisti o pentecostali, che tra l'altro avrebbero qualcosa da lamentare essendo stati presi di mira dalla campagna scatenata dal laicismo francese contro le «sette». C'è un fondamentalismo indù violento - che si scontra in genere con i musulmani - in India, ma nell'emigrazione è quasi assente.

La domanda cui Ramadan - e i suoi stanchi ripetitori nella sinistra italiana - devono rispondere è perché, a parità di disagio economico, nei quartieri abitati in prevalenza da brasiliani, cinesi, indiani, ebrei ultra-ortodossi (o anche russi o romeni, spesso seguaci di un cristianesimo orientale piuttosto conservatore) non scoppiano rivolte, e nei quartieri musulmani sì. Che la predicazione di odio degli imam radicali sia il fattore che fa la differenza è una conclusione cui si può sfuggire solo con una buona dose di malafede.


Per conoscere meglio chi è il vero Tariq Ramadan, mi pare utile questa lettera aperta scrittagli da Magdi Allam.


scritto da: Faramir alle ore 16:11 | link | commenti
categorie: islam, fondamentalismo
mercoledì, 16 novembre 2005

Ruini schiva i colpi del neo-anticlericalismo, ma Prodi & C. rischiano

(Il Foglio - 16/11/2005)

I fischi, come le pallottole di carta, non fanno male a Camillo Ruini, che è in ogni senso uomo di spirito e si limita a registrare la “pressione alta” verso la Chiesa italiana senza scomporsi. Ma Romano Prodi, che da Ruini fu sposato a Reggio Emilia, può essere colpito e affondato dai siluri politici di Capezzone, di Boselli, di Pannella e di molti altri ministri del culto anticlericale d’oggidì. Il centrosinistra pullula di cattolici, in massima parte cattolici cosiddetti “democratici”, una variante decisiva e costitutiva della sua identità. Questi cattolici sono perfetti per un programma alternativo di governo della coalizione neoulivista: esaltano la funzione del laicato in sintonia con il lascito del Concilio, si dicono anticlericali o per lo meno si oppongono a noi laici-clericali che sospettano di un uso disinvolto e strumentale della religione, governano l’eredità democristiana in nome di una netta separazione della sfera confessionale da quella politica che il partito di De Gasperi e di Moro avrebbe realizzato nei suoi anni d’oro, giocano la carta della solidarietà in funzione anticapitalistica, sono europeisti di antica caratura e sottilmente antioccidentalisti e antiamericani, e hanno tante altre carte politiche e culturali in regola per un governo moderato e riformista del paese. Quando però si mette in discussione la cosiddetta pace religiosa, quando si trattano a pesci in faccia i vescovi che osano dire quel che pensano, quando si chiede il brusco superamento del Concordato fra stato e Chiesa cattolica, quando si fa della soggettività femminile un totem buono a sfondare le porte della morale comune, quando si contesta brutalmente la stele commemorativa di una visita unica (quella di Giovanni Paolo II) nella storia del Parlamento, quando si fa propaganda abortista in nome del diritto generalizzato alla pillola Ru486 da estendere a tutto il sistema sanitario regionale, bè, diciamo che in tutti questi casi i cattolici democratici sono capaci di farsi venire il mal di pancia. E allora sono guai. Intanto perché Prodi è in un certo senso uno dei loro, e la sua leadership dipende in modo essenziale dal loro consenso. Poi perché Rutelli non ha l’aria in materia di volersene stare con le mani in mano, per ragioni culturali e politiche. Infine perché i Ds, pur sempre figliocci o nipoti del Pci di Togliatti, due conti con la storia se li sanno fare, e sanno che contro la sensibilità cattolica in Italia si possono fare splendide o lugubri battaglie di minoranza, e basta. Peccato che i ds non ci abbiano pensato prima, quando si sono messi a raccogliere le firme contro i diritti degli embrioni e hanno cantato in coro la canzone dei desideri al potere, e che Prodi se ne sia uscito con quella storia del cattolico adulto, un ammiccamento che ha nutrito le belvette anticlericali e le ha fatte uscire allo scoperto dopo la sconfitta referendaria. Su quel ventidue o ventitré per cento di italiani del “sì” all’indifferenza etica e genetica, sospettano adesso i cattolici democratici e i post comunisti, che cosa saremo mai in grado di costruire? Un governo Capezzone?


Mah! non so... secondo me, conoscendo Sandro, Ferrara sottovaluta la capacità di sopportazione dei cattolici cosiddetti "democratici".
Però, adesso che lo dice padre Sorge, magari anche Sandro cambierà idea sulla storia del "cattolico adulto"...


scritto da: Faramir alle ore 17:29 | link | commenti (15)
categorie: politica, anticlericalismo

La libertà, se non intende portare alla menzogna e all'autodistruzione, deve orientarsi alla verità, ossia a ciò che veramente noi siamo e corrispondere a questo nostro essere. [...] la libertà umana può consistere solo nell'ordinata concordia delle libertà.
-- Joseph Ratzinger
(Studi Cattolici, 430, dicembre 1996)


E' il dispotismo che puo' fare a meno della fede, non la libertà.
-- Alexis de Tocqueville

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