Grazie ad Angelo per aver ripreso questo bell'articolo di Guglielmo Piombini nel quale recensisce un libro che farà discutere:
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[... taglio perché è lungo, ma vi consiglio di leggere il resto da Angelo, che ne vale la pena] Come sarebbe oggi l’Europa se nella letteratura, nell’arte, nell’architettura, nella scienza, nella morale, nel diritto e nell’economia dell’Occidente fosse mancata l’impronta della Chiesa cattolica? Si tratta di un interrogativo imbarazzante, che gli uomini occidentali di oggi, secolarizzati e desiderosi di sbarazzarsi delle proprie radici cristiane, preferiscono rimuovere. |
Da Avvenire di domenica 27 novembre:
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Difendere la legge Biagi, costruire un nuovo welfare, spostare risorse dalle rendite alla produzione, rafforzare la cooperazione internazionale. Tutto ciò attraverso la valorizzazione della centralità del lavoro. «Il lavoro, chiave essenziale» sarà infatti il filo conduttore del decimo congresso nazionale del Movimento cristiano lavoratori, che vedrà riuniti a Roma dal 2 al 4 dicembre 600 delegati in rappresentanza dei 280mila iscritti in Italia e all'estero. |
Quei paesi che, secondo i radical-laicisti, sono "molto più avanti di noi" in certe tecniche di riproduzione (non sto parlando di veterinaria, purtroppo) sembra si stiano accorgendo di essere andati "troppo" avanti... e cominciano a fare marcia indietro:
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Prodi finalmente fa un'affermazione forte (non un bofonchiare vago o generico come quelli a cui ci ha abituati), dice che all'Italia «serve un programma radicale, di riforme forti e profonde» e fa esplicito riferimento ai 5 punti elencati in un editoriale del Corriere.
Mica cose da poco: introduzione di maggiore concorrenza nel sistema universitario (ma la riforma Moratti allora, perché non gli piaceva?), eliminazione degli Ordini professionali, rimozione del Governatore della Banca d'Italia, soppressione della Cassa Depositi e Prestiti e adozione del modello danese nel mercato del lavoro (ancora più flessibile della legge Biagi, che la sinistra italiana considera "orrenda").
Capezzone esulta.
La sinistra sbotta.
A Liberazione Giorgio Cremaschi (segreteria generale della Fiom-Cgil) ha subito dichiarato che se «solo alcuni dei punti suggeriti dal Corriere fossero accolti dal governo sarebbe necessario uno sciopero generale a settimana».
E ha ribadito il concetto in una intervista al Giornale.
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[...] Che cosa pensa del modello danese di mercato del lavoro che piace a Prodi? |
In un'altra intervista al Giornale, Bertinotti rincara la dose:
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[...] Introdurre anche in Italia libertà di licenziamento compensata da un'efficiente rete di protezione sociale? «Non ci pensiamo proprio» [...]Rifondazione comunista rimarcherà comunque la sua contrarietà totale alla «legge 30» [la chiamano così la legge Biagi, perché, si sà... non è policamente corretto parlare male di un morto... meglio non nominarlo proprio, caso mai qualcuno si ricordasse che è stato ammazzato dai terroristi di matrice marxista-comunista... Nota di Gino], rispetto alla quale - spiega Alfonso Gianni del Prc - «bisogna voltare pagina, fare piazza pulita». |
Peccato che nemmeno tra i sindacati ci sia unità di intenti su questo punto.
Figuriamoci nell'Unione (ex sovietica) prodiana...
Del mai banale Berlicche, nostro stimatissimo e pregevole socio, vi segnalo un interessante punto di vista sul perché alla Chiesa Cattolica servono preti che siano "uomini veri".
E non perdetevi le sue "letterine", veramente diaboliche... siete avvisati.
In tema di criteri per l'ammissione al sacerdozio, segnalo anche questo post di un vaticanista da tenere d'occhio, e che ho già aggiunto ai miei links (che devo decidermi a riorganizzare...): PalazzoApostolico.it.
A quanto pare Berlusconi non ha il monopolio di auto-smentite e precisazioni. Evviva il pluralismo! 
«Noi non stiamo cercando un accordo su un nuovo partito comunista: il comunismo non c’è più...».
(Armando Cossutta, 27 novembre 2005)
«Il comunismo c'è ancora e ci sarà sempre, perché sempre ci sarà bisogno in Italia e nel mondo di uguaglianza e liberazione.»
(Armando Cossutta, 28 novembre 2005)
Forse Cossutta vuole proporci "uguaglianza e liberazione" alla maniera Sovietica, Cubana, Cinese, Vietnamita, Nord Coreana, etc.?
No grazie: preferiamo imparare dagli errori altrui.
Il grave errore di socialisti e comunisti è stato proprio il pensare di poter "costringere" gli uomini ad essere uguali. E poiché l'esperienza quotidiana ci sbatte in faccia che nella realtà gli uomini sono invece diversissimi tra loro (per apparenza fisica, opinioni, gusti, ecc.), a questi teorici dell'uguaglianza non restava che cercare di rendere uguali le condizioni di vita e il reddito degli individui.
Una cosuccia da nulla...
Ma se l'uguaglianza ha un senso quando si tratta di rispetto delle leggi, le cose cambiano molto quando si tratta di modelli economici. Come ricordava Albertina Oliverio in un saggio su "Economia e democrazia nel pensiero di Ludwig von Mises":
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Potremmo anche dire, citando Luigi Einaudi, che Liberalismo «è quella politica che concepisce l’uomo come fine. Si oppone al socialismo il quale concepisce l’uomo come un mezzo per raggiungere fini voluti da qualcuno che sta al di sopra dell’uomo stesso, sia esso la società, lo Stato, il governo, il capo».
Potremmo anche ricordare che sempre Ludwig von Mises ha dimostrato l'impossibilità economica del socialismo:
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"Il calcolo economico capitalistico [è] l'unico che ci rende possibile una produzione razionale, [perché] si basa sul calcolo monetario. Solo perché sul mercato esistono prezzi espressi in moneta per tutte le merci e tutti i servizi, le più diverse specie di beni e di prestazioni lavorative possono rientrare in un calcolo omogeneo. Nell'ordinamento sociale socialista, in cui tutti i mezzi di produzione sono di proprietà della collettività, e in cui quindi non esiste un mercato e uno scambio di beni e servizi produttivi, non può esistere neanche un prezzo monetario dei beni di ordine superiore e delle prestazioni lavorative. Nella società socialista perciò mancherebbe lo strumento principe della gestione razionale di un'azienda: il calcolo economico. Non può esserci calcolo economico se manca un denominatore comune al quale poter ricondurre tutte le varie specie di beni e servizi" (L. von Mises, Liberalismo) |
Ma a che servirebbe? Le utopie sono così affascinanti... e se le cose vanno male si può sempre dare la colpa a qualcun'altro. Denunciare un turpe "complotto capitalistico". Ci sarà sempre qualche illuso che se la beve senza batter ciglio.
Per molti è difficile accettare che la realtà sia più dura e complessa dei propri sogni, come spiega alla fine del suo saggio Albertina Oliverio:
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Sfortunatamente tutte le teorie che postulavano la nascita e l’edificazione di una società socialista, o comunista, sono state lo strumento e l’alibi utilizzato da una ristretta élite politica al potere che, in nome dell’uguaglianza sociale e della parità economica tra i membri della comunità, si è consolidata e si è impossessata delle posizioni al vertice della piramide sociale dimenticandosi volutamente il resto del paese nella miseria, negando ogni libertà agli individui e lasciandogli solamente il ‘diritto di obbedire’. Mises tutto questo lo aveva predetto già nei lontani anni Venti del secolo scorso pur essendo consapevole del fatto che «chi difende la proprietà privata dei mezzi di produzione però non sostiene affatto automaticamente che l’ordinamento sociale capitalistico che si basa su di essa sia perfetto. La perfezione non è di questo mondo. Anche dell’ordinamento sociale capitalistico a ciascuno di noi può non piacere questa o quella cosa, molto o addirittura tutto». Ma per Mises questo era l’unico ordinamento sociale possibile in grado di garantire la massima libertà individuale. |
Sempre al tema "uguaglianza-comunismo", avevo dedicato uno dei miei primi post (Quelli che... "nonostante tutto dobbiamo ringraziare il comunismo per l'ideale di eguaglianza"), che contiene una bella citazione di François Furet, da far leggere a Cossutta e ai suoi compagni incolonnati in un "interminabile corteo revisionista che segue da oltre trent'anni il convoglio funebre del comunismo credendo di poter festeggiare prima o poi la sua guarigione".
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Qui si cerca la ragione dei fatti, dove si trova si trova Chi ci legge da anni ha incontrato con un certo anticipo in queste colonne le questioni eterne di cui oggi, nell’attualità del tempo che si muove si perde e si annuncia, tutti discutono con passione: il problema della verità di ragione e del relativismo, le avventure del diritto naturale, la bioetica e tutte le faccende che riguardano il nascere (clonazione, aborto, fecondazione artificiale) e il vivere (matrimonio, famiglia, sessualità) e il morire (eutanasia), l’identità occidentale con le sue radici giudaiche e cristiane e la sfida islamista, la differenza in Europa e in America tra laicità e ideologia laicista, tra secolarismo e ideologia secolarista, e molto altro ancora di quanto dilaga finalmente, felicemente, confusamente nei discorsi pubblici e privati. Un certo numero di sciocchi definisce tutto questo cultura teocon oppure clericalismo oppure moralismo. Qualche mascalzone ha anche osato affibbiarci xenofobia o misoginia o razzismo, ma con i mascalzoni non si parla. Lo sciocco, che invece costringe a rare precisazioni perché è più diffuso e pericoloso del mascalzone, vede il dito e non la luna, si sa; e lo sciocco italiano adotta sempre la più facile classificazione micro-politica, fatta sempre a misura delle sue micro-ansie, delle sue micro-ambizioni. |
Con un paio di piccole modifiche ("blog" invece di "giornale", "atei e agnostici" invece di "i preti e nel popolo cattolico", aggiungere "e del cattolicesimo cosìddetto democratico" dopo "guru del neosecolarismo") questo potrebbe essere un manifesto perfetto per il mio blog.
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ABORTO CHIMICO - ALLARME DAGLI USA: DI RU-486 SI PUÒ MORIRE? OGGI IL NEW YORK TIMES RIPROPONE LE PREOCCUPAZIONI DELL'USO DELLA PILLOLA ABORTIVA E PIÙ SPECIFICATAMENTE RIGUARDO LE QUATTRO MORTI SOSPETTE DA ATTRIBUIRE ALLA RU-486… Elmar Burchia per Dagospia |
Allora, "il rischio di decesso post-aborto per uso della pillola abortiva è uguale a quello di aborto chirurgico" (secondo altri medici è pure superiore), gli effetti collaterali sono più pesanti (crampi addominali più dolorosi di quelli mestruali che a volte richiedono l'uso di antidolorifici, abbondanti perdite di sangue, nausea, diarrea, febbre, esantema), e in più la donna è lasciata sola, con una responsabilità personale più pesante.
Questo sarebbe il "male minore"?
Sottoscrivo, rilancio e vi invito a diffondere il seguente appello:
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Se ci fosse una educazione del popolo tutti starebbero meglio L’Italia è attraversata da una grande emergenza. Non è innanzitutto quella politica e neppure quella economica - a cui tutti, dalla destra alla sinistra, legano la possibilità di “ripresa” del Paese -, ma qualcosa da cui dipendono anche la politica e l’economia. Si chiama “educazione”. Riguarda ciascuno di noi, ad ogni età, perché attraverso l’educazione si costruisce la persona, e quindi la società. |
Seguendo il link si possono leggere i nomi dei primi firmatari, molto eterogenei come provenienza culturale, politica e religiosa.
Finalmente una visita attenta ai diritti umani.
Mica come quelle di tanti statisti europei (anche italiani, purtroppo).
Ieri pomeriggio Massimo D’Alema ha partecipato ad un convegno dei DS a Roma. [...] D’Alema è intervenuto sulla polemica in corso in tema di aborto. “In Italia non c’è una spaccatura tra laici e cattolici” ha garantito “si è creata una grande forza riformista che supera le divisioni tra laici e cattolici e mette insieme le migliori energie riformiste del Paese”. L’esponente della sinistra riformista si è chiesto: “Si può pensare che una donna che vive il dramma dell’aborto e va in consultorio pubblico, lì trova i militanti di Comunione e Liberazione?”. E si è risposto che no, “non è così che funziona”. Applausi. Quindi l’esponente della sinistra riformista ha spiegato che la sua posizione “non è frutto di relativismo etico”, quanto piuttosto “dell’etica della solidarietà”, “nel rispetto della libertà della donna”. Perché già di suo, dice D’Alema, “l’aborto è un dramma”. E uno mica può passare dalla padella alla brace, trovandosi davanti un ciellino al consultorio. Uno dell’Opus Dei ancora ancora. La logica dalemiana sembra avere una sua potenza geometrica: i consultori sono luoghi pubblici, ergo laici, ergo aconfessionali, ergo per chi esprime una identità religiosa o solide convinzioni morali sono destinati a rimanere off-limits. I seguaci di don Giussani, poi, devono proprio stare alla larga. [...] Siccome non si può dare di razzista ad un esponente della sinistra riformista, viene solo da notare che a norma di legge “il personale addetto ai consultori deve essere in possesso di titoli specifici in una delle seguenti discipline: medicina, psicologia, pedagogia, assistenza sociale, nonché dell’abilitazione, se prescritta, all’esercizio professionale”. Non si parla di CL. E che sarebbe poi strano, per non dire folle, se “pubblico” venisse a coincidere con a-religioso, o soggiogato a un’inquietante “etica di Stato”. Con la stessa logica, può un ebreo insegnare all’Università? Un buddista lavorare in ospedale?
Martino Cervo (LIBERO, Domenica 20/11/2005)
(grazie a Sorvegliato Speciale per la citazione)
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La dottoressa Claudia Navarini (foto) è docente di Bioetica presso l’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum
Il grassetto è mio. Per l'articolo originale si veda sul sito dell'Agenzia Zenit.
Il Foglio - 17/11/2005
Quando Holly Patterson si è sentita male, i genitori erano all’oscuro del fatto che si fosse rivolta all’Ippf per abortire. Secondo le leggi della California, una minorenne (Holly aveva allora 17 anni) non può partecipare a una gita scolastica senza il consenso dei genitori, ma può abortire in perfetta solitudine, senza comunicarlo a chi è responsabile per lei. Holly aveva scelto (o le era stato suggerito) l’aborto chimico. Forse avrà pensato che fosse più facile, come si sente dire; soprattutto avrà pensato che così poteva tornare a casa subito. Nella sua stanza, da sola, ha ingerito la seconda pillola, il misoprostol, e subito dopo sono cominciati i dolori. La sua agonia si è conclusa in clinica, dietro una tenda che la isolava, mentre la famiglia, impotente e sconvolta, ancora faticava a capire quello che stava succedendo. I genitori di Holly, però, non si sono rassegnati, e non solo hanno iniziato una dura lotta per mettere fuori legge la RU486, ma il 6 novembre 2003 hanno scritto una lettera aperta ai media, in cui raccontano la loro storia e denunciano la pericolosità dell’aborto chimico.
Vi segnalo anche questo articolo di Assuntina Morresi e Eugenia Roccella: "Ombre e dolore sulla kill pill (e gli effetti collaterali si moltiplicano)"
E a proposito di "salute delle donne", ricordo quanto riferisce il dottor Renzo Puccetti, Medico Specialista in Medicina Interna:
"sono significativi i dati emersi da due recentissime ricerche pubblicate su due fra le più prestigiose riviste scientifiche sulla materia. Negli Stati Uniti il tasso di mortalità connesso all’aborto chirurgico è di 0,7 decessi ogni 100.000 aborti (considerando anche gli aborti tardivi, quelli a rischio maggiore) (Bartlett LA et al. Obstet Gynecol. 2004 Apr; 103(4):729-37), mentre quello relativo all’aborto con la RU-486 è di 1,1 decessi ogni 100.000 donne (Henderson JT et al. Contraception. 2005 Sep; 72(3):175-8) un valore più alto del 57%”.
di Massimo Introvigne (il Giornale, 14 novembre 2005)
A Tariq Ramadan, nipote del fondatore del più importante movimento fondamentalista moderno, i Fratelli Musulmani, e teorico di un «neo-fondamentalismo» che vorrebbe ripresentare le idee del nonno nei termini della sinistra no global occidentale, devono essere fischiate spesso le orecchie negli ultimi giorni. Predica spesso nelle periferie parigine, e qualcuno pensa che il suo islam non precisamente filo-occidentale c'entri qualcosa con gli incidenti notturni. Beninteso, Ramadan non incita esplicitamente alla violenza. Ma in Italia siamo culturalmente attrezzati per comprendere il ruolo dei «cattivi maestri» che tirano il sasso e ritirano la mano.
Ramadan ha ora preso carta e penna per spiegare che con quello che sta succedendo a Parigi l'islam non c'entra. Si tratta semplicemente di povertà e di emarginazione sociale. Chi sostiene il contrario fa anzi il gioco dei terroristi, che sperano di trasformare una rivolta sociale in una religiosa.
Ramadan avrebbe ragione se qualcuno sostenesse che le cause dei fatti di Parigi sono esclusivamente religiose. Le spiegazioni serie, infatti, non fanno mai riferimento a una sola causa. Quello che succede a Parigi ha certo una componente di protesta sociale, che si spiega con il disagio economico, la crescente disoccupazione, lo sfascio del sistema scolastico e dei servizi sociali nella Francia di Chirac - troppo spesso pronta a vedere la pagliuzza nell'occhio di altri Paesi e non la trave nel suo - e il fallimento di una gestione dell'ordine pubblico che ha alternato carota e bastone nel modo sbagliato.
Tuttavia, se su questi fattori pure importanti non si fosse innestata la predicazione di un islam estremista i tumulti o non sarebbero scoppiati o sarebbero stati contenuti nelle dimensioni di molti eventi analoghi che le forze dell'ordine sono riuscite a gestire e che non sono arrivati sulle prime pagine dei giornali internazionali.
Per quanto questa osservazione possa essere sgradevole, balza all'occhio il contrasto tra il fondamentalismo islamico, che sfocia spesso nella violenza, e il fondamentalismo cristiano, ebraico o indù che nella stragrande maggioranza dei casi rimane non violento. In Francia, ma anche in Inghilterra, esistono quartieri musulmani caratterizzati da disagio sociale, ma ci sono anche quartieri - «ghetti», se si vuole - abitati da latino-americani, cinesi, indiani o ebrei hassidici dove le situazioni di disagio non sono meno forti. Molti degli immigrati latino-americani non sono cattolici e molti dei cinesi non sono confuciani o taoisti: in entrambi i casi si tratta di comunità che nell'immigrazione hanno aderito in modo massiccio a gruppi protestanti fondamentalisti o pentecostali, che tra l'altro avrebbero qualcosa da lamentare essendo stati presi di mira dalla campagna scatenata dal laicismo francese contro le «sette». C'è un fondamentalismo indù violento - che si scontra in genere con i musulmani - in India, ma nell'emigrazione è quasi assente.
La domanda cui Ramadan - e i suoi stanchi ripetitori nella sinistra italiana - devono rispondere è perché, a parità di disagio economico, nei quartieri abitati in prevalenza da brasiliani, cinesi, indiani, ebrei ultra-ortodossi (o anche russi o romeni, spesso seguaci di un cristianesimo orientale piuttosto conservatore) non scoppiano rivolte, e nei quartieri musulmani sì. Che la predicazione di odio degli imam radicali sia il fattore che fa la differenza è una conclusione cui si può sfuggire solo con una buona dose di malafede.
Per conoscere meglio chi è il vero Tariq Ramadan, mi pare utile questa lettera aperta scrittagli da Magdi Allam.
(Il Foglio - 16/11/2005)
I fischi, come le pallottole di carta, non fanno male a Camillo Ruini, che è in ogni senso uomo di spirito e si limita a registrare la “pressione alta” verso la Chiesa italiana senza scomporsi. Ma Romano Prodi, che da Ruini fu sposato a Reggio Emilia, può essere colpito e affondato dai siluri politici di Capezzone, di Boselli, di Pannella e di molti altri ministri del culto anticlericale d’oggidì. Il centrosinistra pullula di cattolici, in massima parte cattolici cosiddetti “democratici”, una variante decisiva e costitutiva della sua identità. Questi cattolici sono perfetti per un programma alternativo di governo della coalizione neoulivista: esaltano la funzione del laicato in sintonia con il lascito del Concilio, si dicono anticlericali o per lo meno si oppongono a noi laici-clericali che sospettano di un uso disinvolto e strumentale della religione, governano l’eredità democristiana in nome di una netta separazione della sfera confessionale da quella politica che il partito di De Gasperi e di Moro avrebbe realizzato nei suoi anni d’oro, giocano la carta della solidarietà in funzione anticapitalistica, sono europeisti di antica caratura e sottilmente antioccidentalisti e antiamericani, e hanno tante altre carte politiche e culturali in regola per un governo moderato e riformista del paese. Quando però si mette in discussione la cosiddetta pace religiosa, quando si trattano a pesci in faccia i vescovi che osano dire quel che pensano, quando si chiede il brusco superamento del Concordato fra stato e Chiesa cattolica, quando si fa della soggettività femminile un totem buono a sfondare le porte della morale comune, quando si contesta brutalmente la stele commemorativa di una visita unica (quella di Giovanni Paolo II) nella storia del Parlamento, quando si fa propaganda abortista in nome del diritto generalizzato alla pillola Ru486 da estendere a tutto il sistema sanitario regionale, bè, diciamo che in tutti questi casi i cattolici democratici sono capaci di farsi venire il mal di pancia. E allora sono guai. Intanto perché Prodi è in un certo senso uno dei loro, e la sua leadership dipende in modo essenziale dal loro consenso. Poi perché Rutelli non ha l’aria in materia di volersene stare con le mani in mano, per ragioni culturali e politiche. Infine perché i Ds, pur sempre figliocci o nipoti del Pci di Togliatti, due conti con la storia se li sanno fare, e sanno che contro la sensibilità cattolica in Italia si possono fare splendide o lugubri battaglie di minoranza, e basta. Peccato che i ds non ci abbiano pensato prima, quando si sono messi a raccogliere le firme contro i diritti degli embrioni e hanno cantato in coro la canzone dei desideri al potere, e che Prodi se ne sia uscito con quella storia del cattolico adulto, un ammiccamento che ha nutrito le belvette anticlericali e le ha fatte uscire allo scoperto dopo la sconfitta referendaria. Su quel ventidue o ventitré per cento di italiani del “sì” all’indifferenza etica e genetica, sospettano adesso i cattolici democratici e i post comunisti, che cosa saremo mai in grado di costruire? Un governo Capezzone?
Mah! non so... secondo me, conoscendo Sandro, Ferrara sottovaluta la capacità di sopportazione dei cattolici cosiddetti "democratici".
Però, adesso che lo dice padre Sorge, magari anche Sandro cambierà idea sulla storia del "cattolico adulto"...
La libertà, se non intende portare alla menzogna e all'autodistruzione, deve orientarsi alla verità, ossia a ciò che veramente noi siamo e corrispondere a questo nostro essere. [...] la libertà umana può consistere solo nell'ordinata concordia delle libertà.
-- Joseph Ratzinger
(Studi Cattolici, 430, dicembre 1996)
E' il dispotismo che puo' fare a meno della fede, non la libertà.
-- Alexis de Tocqueville