Da Famiglia Cristiana uno non se lo aspetterebbe.
La rivista dei Paolini, sempre prontissimi a criticare le dichiarazioni sopra le righe che Umberto Bossi tradizionalmente lancia in periodo estivo, sembrano aver imboccato anche loro la strada del "chi la spara più grossa".
Forse ha ragione Franco Garelli a dire che FC cerca di riempire un vuoto lasciato dai cattolici impegnati in politica. Ma questo (contrariamente a quanto pensa Garelli) vale soprattutto per il versante del centrosinistra/Pd.
E anche affermare che "la rivista non sembra tirare in una sola direzione e applica lo stesso metro alle varie forze politiche e ai diversi governi" mi pare azzardato.
Sempre pronto a cambiare idea se qualcuno riesce a dimostrarmi che al centrodestra e a Berlusconi in passato è stato applicato questo "metro" molto generoso...
Edmondo Berselli sembra pensarla come il sottoscritto:
[...] Difficile immaginare una presa di distanza più radicale. Non si ricordano interventi equilibratori di questo tenore allorché il settimanale dei Paolini aveva criticato aspramente Romano Prodi e il suo governo, e più tardi il "pasticcio in salsa pannelliana" del Pd. [...]
Poi, naturalmente, scrivendo su Repubblica, Berselli deve ipotizzare il solito "patto di potere fra la destra trionfante di questa stagione e il realismo politico delle gerarchie vaticane".
Ma è che se ai lettori di Repubblica non si lasciano intravedere un paio di complotti clerico-fascisti entro l'ora di pranzo, quelli rischiano di perdere l'appetito, ammalarsi e deperire, lo sapete... poi piazzare la frase "patto di potere" vicino a "gerarchie vaticane" fa sempre tanto Dan Brown...
D'altra parte potrebbe avere ragione Davide Rondoni a sostenere che "Se gridano, è per dire che ci sono anche loro. Altrimenti nessuno li sente".
Di sicuro "il fascismo non c'entra", per usare le parole di Luca Ricolfi:
[...] Il fascismo non c’entra per nulla, ed è un peccato che a sinistra siano pochi a riconoscerlo francamente e senza mezzi termini (fra questi un vecchio e glorioso dirigente comunista come Pietro Ingrao). Quel che c’entra, semmai, è la lenta ma solida crescita, in Italia, di una domanda di autorità che - come ha scritto qualche giorno fa Baget Bozzo su questo giornale - contagia anche il popolo di sinistra e quindi consegna permanentemente i voti e l'egemonia alla destra. Ma autorità significa, nel lessico infantile della sinistra, autoritarismo. E autoritarismo uguale fascismo. Così la frittata è fatta, e il cerchio si chiude definitivamente. La nostra disinvoltura nel dare i nomi alle cose ci impedisce di capire quel che davvero succede. E, non facendoci capire, ci rende impotenti a influire sul corso delle cose.
Insomma i Paolini sembrano rinfacciare a Berlusconi quello che Prodi non è stato capace di fare: riportare ordine e senso della legalità in un Paese reso quasi ingovernabile da "un lungo trend di lassismo e superficialità", figlio anche della cultura sessantottina ("vietato vietare") tanto amata a sinistra.
Non sorprende che dal Vaticano si siano precipitati a prendere la distanza da queste "bordate" polemiche e che anche Avvenire abbia in pratica ignorato la querelle, limitandosi a un trafiletto di circa venti righe, mentre:
[...] nel giorno della «scomunica» ufficiale della rivista dei Paolini, l'Osservatore Romano decide di rendere omaggio a Tex Willer, eroe del western made in Italy. Due intere pagine dedicate ai sessant'anni del personaggio: il «giustiziere americano dalle idee chiare, capace di distinguere, "senza se e senza ma, il buono dal cattivo». Come a dire, a buon intenditor...
«Qui - spiegano da ambienti vaticani - è noto come questo settimanale lavori: in un certo senso sono fuori dalla realtà. Affrontano sì i grandi temi (famiglia, la droga, i giovani ecc), ma utilizzando vecchi schemi. Il riferimento al fascismo è uno di questi ». [...]
Sì, sembrano proprio che vivano in un mondo a parte.
Certo che strumentalizzare la tragedia dell'Olocausto ebraico per un meschino attacco politico è decisamente squallido. Per non dire del grottesco tentativo di associare la situazione italiana attuale alla foto del bimbo ebreo nel ghetto di Varsavia a mani alzate davanti ai nazisti delle famigerate Ss. Lo faceva notare egregiamente Giorgio Israel già un mese fa:
[...] la manifestazione più indecente è il parallelismo con le stelle gialle e con la persecuzione degli ebrei, e l’abuso banalizzante di termini come “lager” che ha raggiunto livelli insopportabili se persino un prefetto si abbandona a questa moda; la quale è offensiva per chi ha avuto mezza famiglia sterminata e che si sarebbe salvata se fosse stata oggetto di un censimento Maroni anziché di quello della Gestapo. Non capisco quegli ebrei e quei cattolici che si accodano alla propaganda strumentale di circoli politici ridotti alla mendicità mentale. Sbaglia, e di grosso, chi dà credito ai deliri dell’editorialista che blatera di «esclusione e criminalizzazione di una parte della popolazione, giudicata diversa e sospettabile fin dall’infanzia perché appartenente ad altre etnie o razze»; e non si rende conto che il vero razzismo è quello di chi preferisce che questa “parte di popolazione” viva nel ghetto – sì, qui il termine è appropriato – di un’illegalità cui li condanna un’idea fasulla della tolleranza. Una tolleranza che è, appunto, soltanto il razzismo di chi se ne infischia delle condizioni altrui pur di non perdere il privilegio di compatire. [...]
Concludo citando Giovanni Reale:
[...] filosofo e studioso universalmente noto di Platone, liquida la querelle sul fascismo con termini anche più crudi: «È una vicenda ridicola». E non arretra nemmeno sulla disputa relativa ai bambini rom: «Io li conosco bene. Hanno provato o portarmi via il portafoglio davanti al Castello di Milano e nello stesso punto ci hanno provato anche con Roberto Radice, il mio successore sulla cattedra di storia della filosofia antica alla Cattolica e sempre lì ci sono riusciti con il mio traduttore americano, John Catan. Dov’era Famiglia Cristiana quando accadevano decine di episodi come questo? Ci vuole concretezza, ci vuole Platone ma anche un po’ di Machiavelli. Soprattutto, non si può applicare in modo schematico o buonista il messaggio di Cristo alle cose di quaggiù: c’è il rischio, forte, fortissimo, di rimpicciolirlo. È l’ideologizzazione della fede».