Il Paese, anzi il mondo annaspa. I poveri aumentano. Ma c'è chi non si lamenta e si rimbocca le maniche e non demorde: sono le migliaia di volontari che sabato prossimo 29 novembre, in tutt'Italia, faranno la colletta del Banco alimentare. Li vedrete con le pettorine del banco, potrete partecipare alla spesa di solidarietà. Potete dare anche una mano. Visita per questo il sito del banco.
E' stata trapiantata una trachea.
A Barcellona, per mano e grazie a studi di un italiano, l'operazione d'avanguardia ha avuto grande successo e la giovane mama sudamericana sorride nelle foto. I giornali ne hanno parlato. Peccato che pochi hanno detto che l'intervento è stato possibile grazie all'uso di cellule staminali adulte, cioè non prelevate da embrioni. Come dire: la via alternativa al congelamento e all'uso di vite umane c'è, volendo. Corriere e Repubblica però mentre pur ci spiegano quanto prenderebbe in Italia un ricercatore bravo come quello etc etc e naturalmente ritirando in ballo la riforma universitaria etc etc, omettono quel particolare.
L'ideologia è il male dell'Italia. Le varie ideologie pronte all'uso da parte di chi è cresciuto a pane e ideologia.
dr
di Juan Manuel de Prada
Un tribunale spagnolo ha appena emesso una sentenza con la quale si sollecitano i responsabili di una scuola pubblica a rimuovere i crocifissi dalle aule, adducendo come motivazione che la presenza di una semplice croce viola il "diritto fondamentale alla libertà religiosa e di culto". A nessuna persona in pieno possesso delle proprie facoltà sfugge che il segno della croce non viola nessun diritto fondamentale; tuttavia, da qualche tempo, l'invocazione di diritti e libertà si sta trasformando in Spagna in un pretesto giuridico che maschera un sentimento di odio antireligioso e di "cristofobia" - come in modo molto appropriato lo ha definito il cardinale primate Cañizares - sentimento che l'autorità avrebbe l'obbligo di perseguire, invece di concedergli una copertura giuridica. Da qualche tempo, in Spagna l'alone di odio attorno alla Chiesa di Dio - così definì Chesterton in L'uomo eterno quella "fosforescenza extraterrena" che, nei crepuscoli della storia, perseguita i cristiani - si è mascherato di giuridicità, sostituendo l'accanimento cruento di altre epoche non troppo lontane con un'apparenza più sibillina e asettica.
La visione di un crocifisso chi può offendere? Non, naturalmente, quanti non sono stati educati nel cristianesimo; poiché, per questi, un crocifisso sarà come il monolite che adoravano gli uomini delle caverne, una figura priva di significato religioso in cui, forse, scopriranno un significato storico. Non può esserlo neppure per quanti, educati nel cristianesimo, non professano però la fede cattolica; e oserei dire che, per questi ultimi, il crocifisso può riassumere le più nobili vocazioni dell'uomo: vocazione di dedizione e di carità, da un lato, vocazione di mistero e infinitezza, dall'altro. Nulla di offensivo, dunque. Il crocifisso, in definitiva, può offendere solo quanti vogliono - e in questo consiste in realtà il laicismo, per quanto si nasconda dietro alibi giuridici - che lo Stato diventi un nuovo dio, con potere assoluto sulle anime.
Che si giunga a considerare un crocifisso offensivo in Occidente si può solo interpretare come un sintomo allarmante di amnesia o necrosi culturale; o - così ha detto Benedetto XVI nel suo discorso di apertura del recente Sinodo - come una "perdita d'identità". Da qualche tempo, un impulso autodistruttivo si sta impossessando dell'Europa, trovando la sua espressione più triste e pervicace nell'ansia di cancellare dalla nostra memoria il lascito morale e culturale del cristianesimo; e in Spagna questo impulso autodistruttivo assume espressioni violente. Come gli scorpioni che si pungono con il proprio pungiglione e agonizzano vittime del loro veleno, si direbbe che noi europei abbiamo deciso di annichilirci, emarginando e dimenticando l'eredità storica che ci costituisce. S'inizia a confondere la sana laicità dello Stato con una belligeranza antireligiosa che cerca di negare all'uomo il suo vincolo con la trascendenza, che cerca di cancellare la nostra genealogia spirituale e culturale. L'Europa sembra aver dimenticato che la patria dell'uomo, come ci ha insegnato Maritain, è l'Assoluto.
Quando l'uomo viene esiliato da questa patria comune, quando gli viene strappata questa parte irrinunciabile di se stesso, lo si sta condannando allo sradicamento, alle intemperie, all'abbandono, alla disperazione; lo si sta relegando, in definitiva, alla condizione di triste materia.
Il fatto che questo impulso autodistruttivo giunga alle scuole ci pone dinanzi a una realtà paurosa. Il Crocifisso ci insegna che la morte non ha dominio sull'uomo, che il motivo del nostro cammino terreno non è altro che il trionfo della vita. Quando si sa questo, tutto il resto acquista significato. Tuttavia il laicismo che oggi trionfa in Spagna ci vuole sempre più orfani d'identità; e sa che quando noi spagnoli smetteremo di guardare a colui che è appeso a quel legno, avremo smesso di sapere chi siamo e saremo pronti a essere ciò che vogliono fare di noi. Il laicismo intende privare di "senso" la trasmissione culturale della conoscenza, trasformandola in un mero accumulo di dati sconnessi; e per questo si sforza di allontanare i crocifissi dalla contemplazione dei bambini, poiché alla luce del Crocifisso i pezzi della conoscenza si assemblano, formano un amalgama che nutre di significato la vita e la storia umana.
In quella semplice croce si riassume la storia del genere umano, con tutta la sua genealogia di debolezza e grandezza, gioia e dolore. In quella semplice croce vengono riassunte e denunciate tutte le barbarie che l'uomo ha perpetrato, dall'uccisione di Abele fino a uno qualsiasi dei massacri che oggi decimano l'umanità; in essa si plasma il nostro fecondo anelito di ribellarci contro la morte. In quella semplice croce si riassumono le due vocazioni più nobili dell'uomo: una vocazione di pietà e di donazione dinanzi alla sofferenza umana; e, insieme a essa, spiegandola, una vocazione di trascendenza che ci aiuta ogni giorno a risuscitare dalle macerie della nostra fragilità. Per venti secoli, il mistero della Croce è servito anche da gioiosa ispirazione alle più durature creazioni dell'arte e dell'intelletto; né Velázquez né Unamuno, per citare solo due figure spagnole che confluiscono dinanzi all'immagine del Crocifisso, sarebbero spiegabili senza tale mistero. Venti secoli di cultura occidentale si riassumono in questi due legni nudi: venti secoli di conquiste che nobilitano la storia umana; venti secoli agitati di crudeltà che un Dio che si immola per le sue creature ci invita a detestare. In quella semplice croce, equilibrio umano dei due comandamenti, vi è tutto ciò che siamo, tutto ciò a cui aneliamo essere, tutto ciò di cui ci vergogniamo di essere stati.
Al lascito che rende nobili e che è riassunto in quella semplice croce sta oggi rinunciando l'Europa; e la sentenza che ha appena emesso un tribunale spagnolo consacra giuridicamente la rinuncia di un'Europa disorientata, irrazionalmente in preda a un impulso di autodistruzione.
(©L'Osservatore Romano - 24-25 novembre 2008)
E imparate a gestirvi da soli i risparmi.
Altrimenti poi non dite che nessuno vi aveva avvisato.
SamizdatOnLine offre il proprio contributo alla vicenda di Eluana Englaro, proponendo questa e-campagna.
Sono possibili tre modalità di adesione e sostegno:

Eluana Englaro. Quello che sta accadendo ci sconcerta, turba le nostre coscienze, non ci lascia tranquilli. Che società è mai questa che, in nome di un falso pietismo, uccide la vita? La menzogna chiama ciò "diritto", "civiltà"; chiama la vita "un inferno" e la morte "una liberazione".
Di fronte ad una ragione impazzita, i soci di SamizdatOnLine hanno qualcosa da dire.
Guarda caso, il figlio di un professore di quella facoltà...
Ma i giovani italiani (pochi, invero) se la prendono con il ministro Gelmini, ripetendo le favolette di sinitra e sindacati. Ingenui o tutti figli di professori?
«Mariastella Gelmini di sicuro non è un essere umano... dovremmo chiamare i professori di chimica per capire che cos’è».
(Andrea Camilleri)
Renato Brunetta è «un energumeno tascabile»
(Massimo D'Alema)
«Con quelle guancette da impunita, Condoleezza Rice è la “líder máxima” delle donne-scimmia».
(Lidia Ravera)
«Se dopo De Nicola, Pertini e Fanfani, ci ritroviamo con Schifani, sono terrorizzato dal dopo: le uniche forme residue di vita sono il lombrico e la muffa. Anzi, la muffa no perché è molto utile»
(Marco Travaglio)
Il Papa? «Quando tra vent’anni sarà morto, starà dove deve stare, all’inferno tormentato da diavoloni frocioni attivissimi».
(Sabina Guzzanti)
Ma loro sono moralmente e antropologicamente superiori, quindi possono...
«... sono molto felice di essere diventata francese»
(Carla Bruni)
Così come molti italiani sono felicissimi che la signora in questione sia "emigrata".
Di cantautori sfigati e simpatizzanti delle BR ne abbiamo già troppi da queste parti.
Ci dispiace solo un po' per i cugini transalpini... mais c'est la vie, mes amis!
Quelli che... a lezione ci vogliono andare
Da Nord a Sud sono tante le scuole dove, anche in questi giorni di "mobilitazione", l'attività didattica è proseguita regolarmente
DI PAOLO FERRARIO
Si può discutere della riforma della scuola senza occupare gli istituti, bloccare le lezioni, andare in piazza e, magari, menare le mani? La risposta è «sì» e viene dalle tante città dove, anche in questi giorni di "mobilitazione" contro il ministro Gelmini, le lezioni sono continuate regolarmente, così come i momenti di confronto sulla nuova legge. È l'altra faccia di un'Italia che cerca di capire, che si confronta, ma lo fa sui banchi e nelle aule continuando, in definitiva, a fare il proprio dovere.
È il caso del Piemonte, dove al liceo classico "D'Azeglio" è cominciata ieri l'autogestione, che si concluderà alle 18 di oggi. Prima e dopo, però, tutti in aula. E per chi non è interessato all'occupazione, fa sapere una circolare del preside Salvatore Iuvara, le lezioni vanno avanti. Come proseguono, a dire la verità, in molti altri istituti superiori di Torino: dal " Volta" all'"Avogadro", passando per il "Gioberti" e il "Beccaria", la parola d'ordine è «protestare e occupare», ma senza interrompere le lezioni.
Originale l'iniziativa attuata, ieri sera, al liceo classico "Cavour"; oltre 400 studenti hanno partecipato alla lettura pubblica del decreto Gelmini. Presenti all'incontro anche genitori e docenti, che hanno sostenuto in questi giorni la protesta «propositiva» dei ragazzi che hanno continuato nelle mattine a svolgere regolarmente le lezioni.
Scuole aperte anche a Bologna e nel resto dell'Emilia Romagna, con esempi di calmorosi flop delle proteste annunciate. È il caso di Porretta Terme, dove la manifestazione anti-Gelmini, sponsorizzata anche dagli amministratori locali, ha visto la partecipazione di pochissimi studenti.
Episodio significativo al liceo "Righi" di Bologna. Il giorno dopo l'occupazione uno studente, che aveva passato due notti a scuola ed era un po' stanco e deluso, ha detto in classe: «In fondo nessuna riforma può garantire la cosa più importante, cioè che ci siano studenti desiderosi di imparare e insegnanti capaci e desiderosi di insegnare». E allora, ha raccontato un'insegnante «la discussione ha preso forma: il problema non era più il "no" al decreto o decidere da che parte stare, la scuola pubblica o quella privata, il numero dei maestri o degli Ata, ma il desiderio di capire che cosa può aiutare quel modo di imparare e di insegnare. Alla fine dell'ora i ragazzi erano grati per aver potuto "dialogare" come non era stato possibile durante l'occupazione ». E, a quanto sembra, quello del Righi non è un episodio isolato.
Gli studenti medi genovesi si sono dati appuntamento per questa mattina per un corteo che attraverserà il capoluogo ligure, al quale si uniranno anche gli universitari. Negli ultimi giorni non sono mancate iniziative e mobilitazioni anche se, girando per gli istituti della città, l'impressione e che la maggioranza degli studenti si sia astenuta da ogni forma di protesta continuando a frequentare regolarmente le lezioni.
Clima tranquillo anche in Trentino, dove nessuna scuola è stata ocupata. Gli studenti, infatti, sanno che la competenza della Provincia autonoma in materia potrebbe anche rendere ininfluenti le novità della riforma Gelmini. Il presidente uscente, Lorenzo Dellai, ha già di- chiarato che se sarà riconfermato alle amministrative del 9 novembre, non applicherà la riforma. Di parere opposto il candidato del centrodestra, Sergio Divina, che, di contro, intende attuare la nuova legge. Aule piene e lezioni regolari anche in Abruzzo, dove prevale la voglia di stare sui banchi, mentre da Pavia arriva la notizia di un preside che, per oggi, aveva previsto la sospensione delle lezioni in tutte e cinque le sedi della propria scuola. Il motivo? «L'alto numero di adesioni allo sciopero ».
«Sono andata dal preside – racconta una docente – chiedendo di verificare la reale adesione allo sciopero e mi sono sentita rispondere che la previsione era stata effettuata sulla base delle firme per presa visione di un avviso sullo sciopero . Ho verificato di persona, scoprendo così che, in realtà, chi aveva in programma di disertare le lezioni era una minoranza». Il preside ha così ritirato la circolare ma soltanto nella sede dell'insegnante che aveva protestato e mantenendo la sospensione dell'attività didattica nelle altre quattro. «L'eventuale "massiccia" adesione allo sciopero si misurerà anche così...», commenta l'insegnante.
(Hanno collaborato: Diego Andreatta, Stefano Andrini, Dino Frambati e Alex Vittone)
LA DENUNCIA
«CI HANNO IMPEDITO DI STARE IN CLASSE»
« Abbiamo trovato i cancelli della scuola incatenati e cinque file di persone che fisicamente hanno impedito l'ingresso».
Erano almeno 300 i ragazzi che avrebbero voluto entrare in classe anziché aderire alla protesta. Gli è stato impedito.
Lo raccontano loro stessi in una lettera nella quale denunciano la «perdita di umanità» registrata ieri mattina. «Ad un certo punto i cancelli si sono magicamente aperti – raccontano –, ma il picchetto è rimasto. Quando duecento studenti circa, compresi ex-carducciani ed esterni, radunati in assemblea, hanno votato l'occupazione, il cancello è stato chiuso». E non si è più riaperto. «C'è chi ha abbandonato il picchetto, chi l'occupazione, chi, pur contestando il decreto, ha criticato questa forma di protesta, chi ha dovuto ammettere che quanto stava facendo era antidemocratico». Un confronto dai toni accesi, in aperto contrasto con quel «principio della libertà con cui vogliamo riprendere nella scuola un dialogo con tutti».
Anche a San Vittore Olona si sono viste le medesime scene, denunciate da 19 docenti: «Oggi (ieri, ndr) il diritto allo sciopero di una parte dei docenti italiani è stato tutelato – lamentano gli insegnanti –, mentre non è stato tutelato il diritto all'insegnamento», dato che hanno trovate chiuse 4 sedi su 5, «impedendo di fatto il regolare svolgimento delle lezioni, seppur limitato ad alcune classi». (N.S.)
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Ma c'è chi ha scelto di fare lezione: oltre il 40%
DA MILANO ENRICO LENZI
«Scendere in piazza oggi, sarebbe stato come manifestare contro noi stessi». Fabrizio Foschi, presidente nazionale di Diesse, associazione dei docenti vicini alla Cdo, non usa perifrasi per ribadire il «no allo sciopero». Ma non si tratta di una voce solitaria. A testimoniarlo ci sono anche le cifre fornite dal ministero della Pubblica Istruzione circa l'adesione allo sciopero proclamato dai confederali, Snals e Gilda: su 452.105 dipendenti tenuti al servizio, 258.152 hanno scioperato, pari al 57,1%. Ma leggendo questi dati si constata anche che il 42,9% del personale scolastico è restato al suo posto in classe o a scuola. Davvero una percentuale consistente rispetto al passato dove l'adesione agli scioperi lasciava fuori soltanto una piccola fetta del personale.
Difficile sostenere che questo 42,9% di personale scolastico al lavoro si riconosca totalmente nelle parole del presidente di Diesse, ma è l'indicatore di una situazione che in queste ultime settimane più volte è stato segnalato: c'è anche chi dice no a tutta questa mobilitazione. «Abbiamo letto con attenzione la piattaforma sindacale alla base di questa protesta – spiega ancora Foschi – e vi abbiamo trovato una netta opposizione allo sviluppo e al riconoscimento di una professione docente, attraverso uno status giuridico del docente. Ci vogliono ancora funzionari e non professionisti dell'educazione, come invece siamo. E questo non possiamo accettarlo». Ma anche sul fronte studentesco chi non ha aderito ai cortei di questi giorni ha rivendicato il proprio «diritto a studiare e a veder rispettato il nostro diritto ad andare in classe». Una protesta che in alcuni casi si è trasformata in aperta denuncia, come quella di un gruppo di studenti del liceo classico Carducci di Milano che, con un volantino, ha voluto segnalare come «questo sciopero non può ledere il nostro diritto allo studio» e «ci vediamo costretti a subire un blocco della scuola che non rispetta la libertà; il primo modo per essere liberi è la conoscenza, questa stessa che oggi ci viene negata. Vogliamo entrare in classe per difendere ciò che è di tutti». [...]
Visto che molti hanno la memoria corta, è quanto mai istruttivo rileggere un editoriale di Angelo Panebianco, datato 30 Ottobre 2006... se riuscite ad arrivare in fondo senza rabbrividire o incacchiarvi allora un autocontrollo eccezionale... o siete iscritti alla CGIL!
La scuola senza qualità
Poiché le vicende della scuola suscitano sempre scarso interesse, [salvo quando c'è un governo di centro-destra da contestare... nota di Faramir] pochi hanno lamentato che la contestata Finanziaria del governo Prodi preveda l'assunzione in tre anni di centocinquantamila precari. Negando così due esigenze: ridurre la spesa pubblica e assumere insegnanti bravi anziché «collocare» precari. A onor di verità, qualche commentatore aveva colto per tempo l'esistenza del problema. È giusto ricordare, ad esempio, che quest'estate un importante sostenitore del governo, Eugenio Scalfari ( La Repubblica, 25 agosto), considerato il numero abnorme di docenti (rispetto agli altri Paesi europei), sollevava l'esigenza di «parametrare il numero degli insegnanti nelle scuole medie sulla consistenza degli alunni».
Notare il "numero abnorme di docenti" e che perfino il fondatore di Rep. concordava sulla necessità di ridurre il rapporto tra alunni e insegnanti, esattamente quello che si propone questo governo. Ma ora - ovviamente - Rep. è contraria...
Sul Corriere del 27 ottobre Gianna Fregonara ha riportato i dati Ocse sullo stato dell'istruzione nei diversi Paesi e il giudizio impietoso che dall'Ocse arriva sulla qualità della scuola in Italia. In un altro Paese ciò sarebbe materia di scandalo, l'opinione pubblica fremerebbe e la classe politica cercherebbe un rimedio. Ma siamo in Italia: qui il governo vero della scuola, da almeno un trentennio, è delegato a un'alleanza di ferro fra burocrazia ministeriale e sindacati. Con risultati pessimi e nel disinteresse generale.
Per capire come viene trattata l'istruzione basti considerare che nella Finanziaria è contenuta, nel silenzio o nella disinformazione di quasi tutti, una vera e propria riforma occulta della scuola (un'eccellente analisi è reperibile nel sito dell'Associazione docenti italiani). Non è prevista solo l'assunzione di un esercito di precari, che rende inutile ciò che è stato fatto in questi anni dalle Università, con le scuole di specializzazione, al fine di formare insegnanti di qualità. Si liquida, nel silenzio, gran parte della riforma Moratti, anche in ciò che aveva di più valido (come il doppio canale, scolastico e professionale, tanto detestato da sindacati e sinistra estrema). Si innalza poi l'obbligo scolastico (e non dovrebbe certo essere la Finanziaria a farlo), come previsto, è vero, dal programma dell'Ulivo, ma soprattutto con l'evidente intento, comprovato da dichiarazioni in tal senso di esponenti del governo, di salvaguardare e ampliare i già gonfiatissimi organici. Si lascia infine al Ministero la possibilità di fare della scuola tutto ciò che vorrà, demandandogli il compito di intervenire con venti decreti attuativi sui temi più disparati.
A parte la scorrettezza di affidare alla Finanziaria la riforma della scuola lasciando all'oscuro il Paese, è la sostanza che deve preoccupare. Viene abbandonata ogni ipotesi di professionalizzazione degli insegnanti e di innalzamento della qualità dell'insegnamento e della preparazione degli alunni. Addirittura (c'è anche questa perla), si arriva di fatto a ingiungere agli insegnanti del biennio di ridurre del dieci per cento il numero dei bocciati al fine di contenere i costi. La scuola resta, anche con questo governo, ciò che è da un trentennio: una mastodontica e inefficiente struttura al servizio più della corporazione che vi lavora (ma con grande frustrazione degli insegnanti bravi che pure ci sono) che degli utenti. Una struttura nella quale, con i fallimentari risultati che l'Ocse documenta, non si deve muover foglia che il sindacato non voglia.
Se si vuole un'ulteriore prova della sconfitta, culturale e politica, dei riformisti dell'Ulivo, è sufficiente leggere gli articoli della Finanziaria dedicati alla scuola, alla sua occulta riforma.
30 ottobre 2006
Ecco. E poi qualcuno ha il coraggio di dire che con questa gentaglia si dovrebbero fare delle "riforme condivise", confrontarsi, ecc. ecc.
MA COME SI FA?! Siamo seri.
Dall'editoriale di prima pagina pubblicato su Avvenire di ieri, a firma Marco Tarquinio:
[...] Riprendiamo e ampliamo, perciò, il filo della riflessione che abbiamo già avviato a caldo. Partendo da una constatazione che a qualcuno apparirà forse ovvia, ma che – nel cozzo di opposte rigidità – temiamo si corra il rischio di tralasciare: il mantenimento dello status quo nei vari livelli del 'pianeta istruzione' sarebbe solo una jattura per studenti, famiglie e docenti. Nella scuola e nell’università – lo hanno argomentato anche illustri professori: da Luca Ricolfi a Francesco Giavazzi a Luigi Frati – spese e costumi accademici devono essere rivisti e corretti, e ci sono i margini per farlo. Se è vero, infatti, che i 'tagli' non sono mai una riforma, è altrettanto vero che, spesso, ne sono la necessaria premessa. O qualcuno pensa che, altrimenti, cambierebbero registro «autonomamente » coloro che hanno consentito nascita e oneroso radicamento di corsi di laurea con iscritti che si contano sulle dita di una sola mano, hanno lasciato gonfiare a dismisura il rosso dei bilanci di istituti e atenei, hanno contribuito a far esplodere ( e magari pilotato) il precariato degli insegnanti?
Ieri mattina, poi, bastava scorrere le prime pagine dei giornali per rendersi conto che certa informazione ( anche quella – spiace notarlo – legata al Pd) appare falsata dalla rimozione dei problemi realmente sul tappeto e dal ricorso ai soliti e ideologici luoghi comuni, a cominciare – manco a dirlo – dall’invettiva sul « denaro pubblico alle scuole private » . È la spia di una pervicace volontà di continuare a rimandare sine die il momento in cui anche in questo nostro Paese si potrà ragionare con serenità sulla strutturazione di un sistema pubblico d’istruzione fondato, secondo standard adeguati e comuni come accade in tutte le grandi e libere democrazie, sulle scuole dello Stato e su quelle della società. [...]
Aggiungiamoci i commenti di Ernesto Galli della Loggia (13 Ottobre e 25 Ottobre) e Angelo Panebianco (28 Settembre e 30 Ottobre).
In estrema sintesi: sveglia! la festa è finita. E' ora di fare i conti con la dura realtà.
La libertà, se non intende portare alla menzogna e all'autodistruzione, deve orientarsi alla verità, ossia a ciò che veramente noi siamo e corrispondere a questo nostro essere. [...] la libertà umana può consistere solo nell'ordinata concordia delle libertà.
-- Joseph Ratzinger
(Studi Cattolici, 430, dicembre 1996)
E' il dispotismo che puo' fare a meno della fede, non la libertà.
-- Alexis de Tocqueville