Gino

martedì, 17 luglio 2007

Lo salvi chi può

Un altro caso che farà molto discutere.

Antonio Trotta, 39enne italiano di Albizzate (VA), ma domiciliato in Svizzera, due anni fa resta in coma a seguito di un incidente verificatosi in territorio svizzero.
L'ospedale ticinese che lo ospita è orientato ad interrompere le cure parlando di "trattamenti ritenuti futili in medicina intensiva o addirittura atteggiamenti di accanimento terapeutico, senza possibilità reale di guarigione o raggiungimento di una qualità di vita accettabile".
I genitori di Antonio non sono di questa idea e vorrebbero assisterlo con una terapia riabilitativa, consigliati anche da degli esperti italiani, secondo i quali il paziente "è indubbiamente sveglio ed estremamente recettivo nei confronti di stimoli affettivi con importante valenza emotiva".
Per il momento i genitori lo hanno fatto ricoverare presso una clinica in provincia di Varese.
La moglie, da cui Angelo era separato da tempo (anche se non legalmente), ha nominato un tutore che dovrebbe decidere cosa fare del marito.
Il tutore "ne reclama legittimamente il ritorno, proprio in quell'ospedale che gli negherà le cure in caso di aggravamenti considerandole accanimento terapeutico."
Al momento, però il destino di Antonio dipende dalla decisione del Tribunale di Varese.

Speriamo che il giudice voglia ascoltare anche il parere di qualcuno che era nelle stesse condizioni, come Salvatore Crisafulli, prima di concludere che Antonio non potrebbe raggiungere "una qualità di vita accettabile".
(Tra l'altro sembra che Salvatore si stia mobilitando per aiutare Antonio. Vedi anche il blog di Salvatore.)

E' sempre rischioso arrogarsi il diritto di decidere chi è degno di vivere e chi no.
Nel dubbio sempre meglio dare una possibilità alla vita.

Sul Foglio di oggi c'è questo editoriale:

Un caso Terri Schiavo in Italia
Antonio Trotta, in coma vigile da due anni, se torna in Svizzera morirà
La vicenda di cui è suo malgrado protagonista il varesino Antonio Trotta (trentanove anni, in coma vigile da due, dopo essere stato investito sul territorio elvetico nel 2005) ricorda, per più di un aspetto, quella di Terri Schiavo. Anche in questo caso c’è una famiglia d’origine, genitori e sorelle che vogliono continuare a curarlo e ad accudirlo in Italia, dove i medici che lo assistono lo giudicano “indubbiamente sveglio ed estremamente recettivo nei confronti di stimoli affettivi”. E c’è una moglie svizzera che, d’accordo con un tutore da lei nominato dopo l’incidente, chiede invece di riportarlo a Lugano, dove la tracheotomia praticata a Trotta in Italia e le altre cure che sono riuscite a migliorare il suo stato sono ritenute accanimento terapeutico. Il malato – ha infatti sentenziato la commissione di Etica clinica dell’Ente ospedaliero cantonale – non avrebbe nessuna “possibilità reale di guarigione” o di “raggiungimento di una qualità di vita accettabile”.
Del destino di Trotta si dovrà occupare ora il Tribunale di Varese, al quale la famiglia ha chiesto un intervento d’urgenza per impedire che egli sia riportato in Svizzera. Consentirlo, equivarrebbe a metterlo nelle mani di chi lo vede già come un morto del quale affrettare la sepoltura. Nulla conta la vita emotiva di cui pure Trotta dà prova nel contatto amorevole con i familiari, perché altri hanno stabilito i parametri minimi di “qualità” ai quali la sua esistenza non risponderebbe più. Lo salvi chi può.

(Il Foglio - 17/07/2007)


Segnalo anche un commento su Avvenire di oggi, che conclude:

[...] Sarà il Tribunale di Varese a decidere del destino di Antonio: resterà in patria e sarà curato in ogni caso, o invece dovrà essere "restituito" al suo tutore e alla Svizzera, dove è stato definito un uomo a perdere, una vita senza qualità? Un caso molto diverso da quello di Terri Schiavo, l'italoamericana soppressa per legge (la legge della Florida) nel marzo del 2005, se non fosse che anche lì c'erano due genitori che scongiuravano solo di potersela portare a casa, mentre altri decretavano la morte. Terri morì per fame e per sete. Antonio, per fortuna, è nato in Italia: il Paese in cui i 103 Ordini dei medici si sono appena espressi, tutti, contro l'eutanasia.

E non dimostrano nemmeno tutta questa fretta nel veder approvata una legge sul "testamento biologico".
Anche se molti furbetti fanno finta di non sentirli e utilizzano ogni occasione per inventarsi notizie che confermerebbero le proprie tesi. Ad esempio:

Il questionario «Itaeld» 2007 (Italian End of Life Decision study) sui comportamenti dei medici italiani di fronte al "fine vita" è stato inviato a quasi 15 mila camici bianchi, ma solo il 18,2% ha risposto alle 54 domande. Di questi, lo 0,7% ha dichiarato che il decesso di un paziente è avvenuto per l'uso di un farmaco somministrato con l'intento di porre fine alla sua vita. Non è dunque vero che i medici italiani pratichino "eutanasia clandestina", come ripetono i radicali. [...]

Calcolatrice alla mano, il 18,2% di 15mila (arrotondiamo per eccesso, via...) fa 2730.
Lo 0,7% di 2730 fa 19,11.
Cioé, 19 (diciannove) su 15mila sarebbero "molti medici"?
Ri-di-co-lo!
Anche facendo l'ipotesi (arbitraria) che quanti hanno risposto al questionario siano un campione statisticamente significativo tra i medici italiani, arriviamo a 105 (centocinque) medici su 15mila.
Percentuali "occasionali e statisticamente non indicative", come sottolinea lo stesso
Amedeo Bianco, presidente del Fnomceo (federazione nazionale degli ordini dei medici chirurghi e degli odontoiatri).

La cosiddetta "emergenza eutanasia clandestina", quindi, esiste solo nella mente confusa di radicali e affini.

Forse farebbero bene a prendersi una luuunga e rilassante vacanza...


scritto da: Faramir alle ore 16:53 | link | commenti (6)
categorie: vita, bioetica, eutanasia, cultura della morte

Commenti
#1   17 Luglio 2007 - 19:34
 
"E' sempre rischioso arrogarsi il diritto di decidere chi è degno di vivere e chi no.
Nel dubbio sempre meglio" lasciare un testamento biologico dove una persona possa decidere cosa fare della sua stessa vita.
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#2   18 Luglio 2007 - 09:23
 
E se poi uno cambia idea, ma si trova in una condizione come quella di Antonio o Salvatore?
Il testamento biologico è una scorciatoia pericolosa, propedeutica all'eutanasia attiva, poiché sottintende come prioritario, rispetto al valore del rispetto della vita umana, un certo livello di "qualità della vita" (determinato ovviamente da persone sane, che magari devono far quadrare i bilanci della sanità...).

Leggi cosa dicono i medici:

«qualora il legislatore decidesse di intervenire in materia di dichiarazioni di volontà anticipate di trattamento sanitario, debba preliminarmente essere garantita una efficace rete di tutela dei soggetti più deboli perché inguaribili, terminali, morenti, ancor più se divenuti incapaci».
L'autodeterminazione del paziente, che secondo i sostenitori del testamento biologico sarebbe pienamente attuabile solo attraverso le "dichiarazioni di volontà", non è vista dai medici come un bene assoluto ma solo in chiave relazionale, «esigibile e praticabile all'interno di una alleanza terapeutica fondata sulla reciproca fiducia, informazione, consenso, scambio e rispetto dei reciproci valori etici e civili e delle rispettive libertà». Si auspica dunque che entro queste coordinate ne sia definito «il profilo del miglior esercizio».
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#3   18 Luglio 2007 - 20:02
 
"E se poi uno cambia idea, ma si trova in una condizione come quella di Antonio o Salvatore?"
Eh che ti devo dire, un po' di decisione del proprio futuro, non è che si tirano i dadi e si decide, bisogna ragionarci su. Se uno ha il dubbio è sempre meglio decidere di non staccare cmq.
Fondamentalmente non è importante cosa uno scelga, ma che sia convinto e creda in ciò che sceglie!

Ma il discorso sulla qualità della vita è legittimo, porta a discutere la definizione di vita infatti. Qual'è la definizione di vita dell'uomo? La sua funzionalità per la specie, la sua semplice presenza o la sua capacità riproduttiva o altro? A seconda della risposta che si da si può decidere sulla propria vita. Ma è una scelta e un ragionamento personale.
Certo il testamento biologico esprimerebbe una volontà dell'individuo da rispettare, ma sarebbero i medici che potrebbe dichiarare un paziente ormai malato terminale, o affetto da una sindrome inguaribile, ecc. Quindi il controllo ci sarebbe cmq.
Poi il discorso è: non vuoi essere staccato? (Augurandosi che non ci debba mai capitare di utilizzare questa scelta.) Tranquillo, una volta che lo avrai scritto nessuno verrà + a staccarti.
Ma se io voglio, non vedo perchè solo per il fatto di non potermi staccare da solo materialmente, perchè paralizzato o in coma per esempio, non debba essere rispettata la mia volontà. Sarebbe una mia responsabilità e di nessun altro.
....mi rendo conto che il suicidio è peccato, e qui si entra in un altro ginepraio di considerazioni teologiche, ma se io non ci credo non vedo perchè obbligarmi a seguire il volere di chi crede.
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#4   19 Luglio 2007 - 16:02
 
Il suicidio è un'altra questione.
Qui si discute sul fatto se un medico puo' decidere quando deve terminare la vita di un'altra persona e compiere degli atti per accelerare la fine.
Sul rifiuto dell'accanimento terapeutico siamo tutti d'accordo.
Su cosa sia "accanimento terapeutico" non tutti concordano. Alcuni includono pure alimentazione e idratazione tra le "cure" rifiutabili.
E comunque le situazioni in cui ci si puo' trovare sono talmente tante e specifiche da non poter essere descritte in una legge.
D'altra parte una legge troppo generica darebbe spazio a inevitabili abusi.
Insomma, meglio lasciare che i medici valutino di persona, con il paziente o i suoi famigliari, cosa fare di volta in volta.
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#5   30 Luglio 2007 - 15:34
 
No assolutamente no! E' quella la cosa sbagliata secondo me. Lasciare che giudichino i medici e i famigliari? E chi sono loro per decidere della mia vita?
Se ho rotto i rapporti con i miei famigliari perchè mi volevano morto? Se sono stato affidato alle cure di un medico incompetente?
Io voglio lasciar scritto ciò che sarà di me in caso nn sia in possesso delle mie facoltà mentali e che questo valga legalmente finchè non cambierò idea!
Ecco a cosa mi riferivo riguardo al suicidio, io posso e devo poter decidere della mia vita e la mia volontà deve essere rispettata, nei limiti che esprimo io stesso, sempre.
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#6   31 Luglio 2007 - 22:31
 
il mio messaggero, già consegnò il mio appello al Procuratore di Varese, in merito alla vicenda di Antonio Trotta. Sono in attesa di risposta. Grazie di avermi citato. Ti ammiro grazie. Se vorrai potrai lasciarmi un commento nel mio Blog.
Grazie S. Crisafulli
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