Se posso suggerirvi una lettura utile (o un'idea-regalo per un amico con quell'aria un po' da "antropologicamente superiore"... ), provate questo libro di Robert Spencer.
Tutto (o quasi) ciò che sapete sull’Islam e le Crociate è falso perché la gran parte dei testi scolastici e dei libri di storia più diffusi sono scritti da accademici e da apologeti dell’Islam che giustificano le loro teorie e scelte con «fatti» storici mistificati. Ma non temete: Robert Spencer rifiuta i miti popolari e rivela aspetti della storia che non vi insegneranno a scuola né ascolterete mai al telegiornale della sera. L’Autore coinvolge i lettori in un viaggio incalzante e politicamente scorretto alla scoperta della dottrina islamica e della storia delle Crociate. Un viaggio da cui trarre tutte le informazioni che occorrono per comprendere la reale natura del conflitto globale che l’Occidente, oggi, si trova ad affrontare.
«Non ho concepito questo libro né come un’introduzione generale alla religione islamica né come un esaustivo resoconto storico sulle Crociate. Piuttosto, mi propongo di analizzare una serie di affermazioni sull’Islam e sulle Crociate tanto tendenziose quanto popolari. Con la speranza di rendere il discorso pubblico un po’ più vicino alla verità.»
(Robert Spencer)
ROBERT SPENCER, direttore del Jihad Watch e membro aggiuntivo del Free Congress Foundation, è autore di quattro libri sull’Islam, tra cui Islam Unveiled: Disturbing Questions About the World’s Fastest Growing Faith (Encounter Books, San Francisco 2002) e Onward Muslim Soldiers: How Jihad Still Threatens America and the West (Regnery, Washington DC 2003), oltre che di otto monografie e di centinaia di articoli. Vive sotto protezione in una località segreta.
Il motivo di questa vita sotto protezione è facilmente intuibile, purtroppo, visto il livello di "tolleranza" alle critiche da parte di troppi musulmani...
La politica
I cattolici devono impegnarsi al massimo in politica, devono costruire la città terrena, però la devono costruire con il coraggio della verità di cui sono portatori. Capisco che i programmi di governo debbano essere mediati con forze politiche che non sono cristiane. È però importante che il politico cristiano non abbia dentro di sé compromessi o secondi fini e che, oltre alla purezza delle intenzioni, compia i fatti; sono gli atti concreti che modificano la vita e la storia. Il politico cristiano non deve essere prigioniero di altri criteri che non siano quelli della fede e del Corpo mistico di Cristo. Se i cattolici sono impegnati in diversi partiti, devono però ritrovarsi uniti intorno ai valori della loro concezione di vita. Ma l’impegno deve essere a tradurre nei fatti questi valori, a trasformarli in legge. A questo proposito sono un po’ pessimista. Mi sembra che spesso i cattolici obbediscano più alle logiche del partito in cui militano e si dimentichino dei valori che dovrebbero promuovere.
Che le tesi sostenute da Magdi Allam risultino indigeste a molti è un fatto che non ha bisogno di conferme, ma che addirittura vi possa essere chi, non avendo nient’altro di meglio da fare, decida di promuovere un appello contro la sua persona, beh… questo francamente è troppo. Nei giorni scorsi, infatti, sull’ultimo numero di «Reset», la rivista diretta da Giancarlo Borsetti, è stato pubblicato un documento, sottoscritto da numerosi studiosi di vaglia, tra i quali Paolo Branca e David Bidussa, Angelo d’Orsi e Ombretta Fumagalli Carulli, Patrizia Valduga ed Enzo Bianchi, estremamente critico nei confronti di «Viva Israele», l’ultimo libro di Magdi Allam, per via della sua «sfrontatezza», per di più «lontanissima dallo spirito e dai valori di una democrazia costituzionale», indice di «un preoccupante imbarbarimento dell’informazione» cagionata, par di capire, dall’attacco molto duro che Allam avrebbe riservato a due docenti universitari italiani.
Sul Corriere del 19 Luglio Pigi Battista, a tal proposito, si è chiesto: "Cosa mai possono concretamente sperare le (così dicono) «centinaia di firme» apposte a un documento che si scaglia contro un libro, quello di Magdi Allam?”. Documento che per di più non confuta nessuna delle tesi contenute in «Viva Israele», ma si limita semplicemente a bersagliarlo “per il solo fatto che esiste” e ad attaccare “il suo autore perché accusato di «tifare» per le ragioni di Israele (e se anche fosse, dov’è il reato, o il peccato?) e per giunta firmato “in gruppo credendo di rafforzare la loro credibilità con il numero delle adesioni e non con la vis persuasiva di un argomento”. “Forse – continua Battista – si vuole indurre l’autore ad abiurare? L’editore a ritirare il volume? I librai a disfarsene?A dichiarare fuori legge un saggio per aver violato chissà quale articolo del codice penale? Oppure, come è più probabile ma non meno inquietante, a rinchiudere il bersaglio di tanta ardente indignazione in un recinto infetto, fare terra bruciata attorno a lui, insomma a procurare un effetto intimidatorio su chi si è macchiato della grave colpa di aver scritto quel libro?”
Anche Il Foglio - il cui direttore è uno che di queste querelle se ne intende – all’argomento vi ha dedicato un editoriale. In esso si legge: “Un appello di duecento intellettuali, pubblicato dal contenitore amatiano Reset, intende screditare Allam e il suo nobile lavoro di sradicamento della cultura della persecuzione dal nostro paese. Criticare un giornalista arabo che ha rotto con l’omertà tribale, venuto in Italia a denunciare l’infiltrazione fondamentalista nelle nostre moschee trasformate in centrali dell’odio, che scrive inni alla dignità della persona contro il negazionismo endemico che assedia come la peste una parte del mondo islamico, mettere in dubbio la sua apologia dell’occidente come destino di libertà, tutto questo è ovviamente lecito e ammissibile. Non lo è mostrificare Magdi Allam. Perché lui non è un analista qualunque, ma un pezzo importante di una guerra culturale che durerà decenni. Forse il gran censore Angelo D’Orsi pensava ad altro all’epoca, ma noi ci ricordiamo il trattamento in occidente dei dissidenti sovietici. E quest’appello ha tutto il sapore dell’umiliazione pubblica leninista”.
Da parte nostra, come Associazione SOL, a Magdi Allam non possiamo che confermare la nostra stima ed esprimergli tutta la nostra solidarietà, riconoscendogli il merito di essere stato l’unico che, pur non essendo né cristiano, né ebreo, ha avuto l’idea di promuovere una manifestazione in difesa della libertà religiosa di tutti noi e nel mondo.
Si invita chiunque volesse manifestare la propria solidarietà al vicedirettore ad personam del Corriere a scrivergli presso il suo forum: www.corriere.it/allam.
Insomma, la scienza non è neutrale e l’informazione scientifica tantomeno. Ma non dobbiamo farci spaventare da una situazione evidente di disparità di forze, per due motivi. Il primo è che anche se abbiamo a disposizione giornali di nicchia, o comunque non le grandi corazzate, questo può bastare: insistere sulla verità, ribattere sempre colpo su colpo è stancante ma funziona, così come funziona fare rete. Poi c’è un altro motivo, più importante: forse siamo minoranza nell’informazione, ma siamo maggioranza nel Paese. Gran parte della sinistra, e i laicisti, non si rendono conto dello scollamento che c’è oggi tra loro e l’Italia. Vanno avanti automaticamente, sulla forza d’inerzia di pensieri già fatti, irrimediabilmente datati e inadeguati. Al referendum sulla procreazione assistita, per esempio, ci si aspettava la "valanga rosa", il voto delle donne, sulla scorta di quello che era accaduto trent’anni fa su divorzio e aborto. Invece non c’è stata, e i commenti del giorno dopo erano increduli, quasi surreali.
Ripeto spesso – l’ho detto anche al Family Day – che c’è un grave scollamento tra luogo comune e senso comune. Il senso comune non ha confidenza con la cultura, a volte, e per questo manca di forza autonoma di rappresentazione culturale, non sa inserirsi nel dibattito pubblico, ha difficoltà a concettualizzare, a condurre una guerra culturale. A noi tocca cambiare questa situazione, condurre la lunga guerra culturale che abbiamo davanti, per la difesa dell’umano, in primo luogo, e delle nostre radici. Gli altri, i nostri avversari, dispongono non di un’egemonia, ma di una élite diffusa e comodamente adagiata nel luogo comune, in un conformismo consolante.
Lo scrittore cecoslovacco Milan Kundera ha raccontato che quando ha abbandonato il comunismo ha dovuto fare i conti con la nostalgia del "danzare in cerchio": mai più ha provato il confortante senso dell’omologazione, del sentirsi in piena armonia con un gruppo compatto. Noi non possiamo danzare nel cerchio. In compenso abbiamo, credo, il consenso popolare nel Paese, e non è poco. Per adesso dobbiamo agire come piccole navi corsare, navi leggere e veloci. Fare operazioni di controinformazione, di "guerriglia comunicativa". E intanto andare avanti con un’opera lenta di ricostruzione, che dia legittimità e dignità culturale al senso comune.»
In tempi "politicamente corretti" come i nostri, hanno avuto un bel coraggio Ferdinando Adornato e Mauro Mazza ad offrire un palco da cui parlare ai giornalisti italiani di "area liberale". Non foss'altro perché dovremmo esserlo tutti, "liberali", per poter solo continuare a chiamarci giornalisti. Ma evidentemente le cose non stanno così. O forse non lo sono mai state, se è vero che veniamo da una stagione lunghissima segnata da un'egemonia culturale (quella maturata sull'asse Gramsci-Dossetti), che ha saputo trasformarsi e adattarsi ai tempi nuovi, prendendo i nomi e le forme dello scalfarismo o del mielismo. Giù giù, sino ai nostri giorni, segnati dalla "produzione di notizie mediante notizie", dalla riduzione dei mass media a "ufficio stampa polivalente", dal giornalismo sempre più eterodiretto. Ma per tutto questo rimandiamo alla lettura delle tesi presentate dalla Fondazione Liberal sotto il titolo "Cambiamo pagina".
In questa sede offriamo solo due elementi aggiuntivi alla riflessione sviluppatasi nei giorni scorsi a Roma.
[Leggi tutto]
Concludo con le parole del regista a “Famiglia Cristiana”:
“Da sempre i più prepotenti dichiarano "Dio è con noi". Io sono contro qualsiasi forma di Chiesa che considera il Dogma più importante dell'uomo, sono per la libertà dell'uomo. Le religioni hanno portato l'umanità dentro dei baratri spaventosi. La religione può dare suggerimenti che qualche volta possono indirizzare le nostre idee, ma guai se questi diventano imposizioni... Spesso i libri sono una forma di soggezione che mortifica il nostro diritto di vivere liberamente. Sono convinto che si impari molto di più tra la gente che a scuola. C'è questa arroganza della cultura accademica per cui devi pensarla per forza in un certo modo e quei pochi studenti che si sono azzardati ad andare contro questa imposizione sono stati cacciati. La vera cultura è la possibilità di cambiare la cultura”.
Caro Olmi, se questi erano i suoi intenti, allora più che far interpretare a Raz Degan un seminarista fallito e sacerdote improvvisato, sarebbe stato meglio cucirgli addosso la parte di un professore milanese dell'università statale, frequentatore della moschea di viale Jenner, mancato imam, integralista e iscritto all'ucoii oltre che a rifondazione comunista. Avrebbe calzato a pennello con le sue parole, ma forse le avrebbe causato qualche problema in più e qualche spettatore in meno. Meglio parlare di religioni oppressive, di dogmi, di imposizioni, di pensiero dominante... “Sparando” sempre e solo sulla Chiesa Cattolica, che invece è l'unica religione che coniuga al meglio fede e ragione. Ma accanirsi sui preti e su Gesù non costa nulla e, specie al giorno d'oggi (vedi molti libri degli ultimi anni), garantisce anche un buon ritorno economico.
Complimenti Olmi. 7+ alla trovata commerciale, 6- al film.
Annuciazio'! annunciazio'! ... 
Vittorio Messori sarà ospite di Porta a Porta, questa sera, 29 novembre 2006, su RaiUno subito dopo il TG1 di mezza sera, ore 23.00 - 23.30 circa, per un dibattito su Nativity, il filma sulla Sacra Famiglia in questi giorni nelle sale cinematografiche italiane.
Grazie a Sebastiano Mallia per la segnalazione.
In risposta al post del Megafono relativo alla prolusione tenuta da S.E. Card. Dionigi Tettamanzi, arcivescovo di Milano, al Convegno ecclesiale nazionale di Verona, ho lasciato questo commento:
Attenzione a non cadere nel tranello delle contrapposizioni (queste si’ strumentali) tra il Papa e qualche vescovo o tra il Papa e “il popolo cattolico”.
Se leggiamo tutto il passaggio citato si vede che esso e’ rivolto ai cristiani in quanto credenti, che professano la fede in Cristo (in fondo e’ un convegno “ecclesiale”):
«Quelli che fanno professione di appartenere a Cristo si riconosceranno
dalle loro opere. Ora non si tratta di fare una professione di fede a parole, ma di perseverare nella pratica della fede sino alla fine. E’ meglio essere cristiano senza dirlo, che proclamarlo senza esserlo» (Lettera agli Efesini).
Notare che Paolo non invita i cristiani a chiudere la propria fede in una sorta di intimismo anonimo (come piacerebbe a certi laicisti radicali…), ma dice che se uno vive coerentemente la fede non ha bisogno di proclamarsi cristiano a parole, perche’ saranno i suoi comportamenti a renderlo evidente a tutti.
Marcello Pera - invece - non si dichiara cristiano praticante, ma riconosce l’importanza culturale delle radici cristiane e dei valori da esse derivati. La cosa mi pare evidentemente diversa.
Se poi abbia “scopi personali e strumentali” o sia sincero, questo e’ un altro discorso. Io ho l’impressione che ci creda in quello che sostiene. Cio’ non significa che gli concedo carta bianca.
Tettamanzi ha detto anche:
[…] l’evangelizzazione e la fede si ripropongono oggi con singolare acutezza come il “caso serio” della Chiesa. Di qui l’urgenza di tenere viva la preoccupazione per la “distanza” che esiste tra la fede cristiana e la mentalità moderna e contemporanea. […] come eliminare o attenuare questa “distanza”?
Risponderei dicendo che prioritario e decisivo oggi è di tenere massimamente desta non tanto la preoccupazione per la “distanza”, quanto la preoccupazione per la “differenza”, per la “specificità” della fede cristiana. Meglio e inserendoci nell’orizzonte del Convegno, diciamo: siamo chiamati a “custodire”, ossia conservare, vivere e rilanciare l’originalità, di più la novità – unica e universale – della speranza cristiana, il DNA cristiano della speranza presente e operante nella storia.
L’appello del Convegno è di tornare e ritornare senza sosta, con lucidità e coraggio, a interrogarci – per agire di conseguenza – su: chi è la speranza cristiana? quali sono i suoi tratti qualificanti? come essa incrocia l’uomo concreto d’oggi nei suoi problemi e nelle sue attese?
La speranza è Gesù Cristo! […]
Non mi pare siano concetti diversi da quelli che ribadisce spesso Papa Benedetto.
Capisco che a qualcuno la preoccupazione per la “differenza”, per la “specificità” della fede cristiana faccia venire l’orticaria (anche se poi sono soprattutto quelli che esaltano qualsiasi altra “differenza” o “diversità”…), ma all’islamizzazione piu’ o meno strisciante si resiste solo se si ha un’identità forte e il coraggio di difenderla.
E l’unica possibilità concreta oggi risiede nell’identità cristiana e nei suoi valori, che sono alla base della cultura occidentale (indipendentemente dal credere o meno, o dall’essere d’accordo su quanto dice il Papa su qualsiasi cosa).
2000 anni di tradizione non si improvvisano dall’oggi al domani, e non dovrebbero essere gettati nel cesso spensieratamente.
La libertà, se non intende portare alla menzogna e all'autodistruzione, deve orientarsi alla verità, ossia a ciò che veramente noi siamo e corrispondere a questo nostro essere. [...] la libertà umana può consistere solo nell'ordinata concordia delle libertà.
-- Joseph Ratzinger
(Studi Cattolici, 430, dicembre 1996)
E' il dispotismo che puo' fare a meno della fede, non la libertà.
-- Alexis de Tocqueville