Gino

venerdì, 02 maggio 2008

Ma và a ciapà i ratt!

Scusate, ma a leggere queste boiate enunciate con immensa faccia di bronzo da un Mortadella ormai scaduto, e ripetute senza un minimo di contraddittorio sui mass media italici che qualcuno sostiene siano tutti in mano al Cavaliere Nero, certe colorite espressioni dialettali mi sgorgano spontanee...

I giornalisti italiani dovrebbero essere un po' meno succubi dei veri "poteri forti", oppure documentarsi un po' meglio, magari leggendo qualche editoriale di un intellettuale di sinistra (ma intellettualmente onesto) come Luca Ricolfi. Ad esempio, in data 13 Novembre 2007:

"[...] negli ultimi due anni, il processo riformistico non si è semplicemente interrotto, ma ha subito una vera e propria inversione di tendenza: il governo Prodi ha dato avvio a una stagione controriformistica, che ora si sta nitidamente dipanando sotto i nostri occhi. È vero, il governo si limita a galleggiare, ma questo non significa che non faccia nulla: fa quel che ritiene necessario per sopravvivere, e purtroppo questo «necessario per sopravvivere» consiste in un progressivo, lento ma tenace, smantellamento dei risultati della stagione precedente. [...]
Questo è il primo governo che vara manovre che anziché correggere i nostri squilibri li aggravano, e inoltre lo fanno intenzionalmente, ossia non per sbaglio ma programmaticamente. [...]
Ma non basta. Anche le manovre per impiegare l'extragettito fiscale del 2006 e del 2007 hanno un impianto controriformistico: è paradossale, ma senza di esse i nostri squilibri nei conti pubblici sarebbero minori. Da quando in qua una manovra correttiva modifica le tendenze spontanee dell'economia amplificando gli squilibri anziché attenuandoli? [...]"  

Con la Premiata Ditta Prodi-TPS-Visco, tutto è possibile... anche fare figure di merda come questa.

Interessante anche questa intervista ad Avvenire dove riferendosi all'Unione la definisce una "coalizione basata sulla menzogna" e a proposito della politica economica del governo Prodi sulle ultime 2 finanziarie sostiene che:

"La prima del 2006, con un problema aperto di bassa crescita, tirò fuori una stangata fiscale che prevedeva un riflesso negativo dello 0,3% sul Pil. Quest'anno sono stati invece aperti i cordoni della borsa con un effetto peggiorativo sui conti pubblici... Uno schizofrenico stop and go. Due finanziarie sbagliate su due".

Ma per certe anime candide se Prodi dice di aver risanato i conti pubblici non è possibile dubitare. Poi vai a vedere il rapporto deficit/Pil e scopri che siamo sempre il fanalino di coda in Europa con il 104%, mentre dovrebbe essere sotto il 60%.
Dove sono finiti tutti i "tesoretti" scoperti in questi 2 anni? Volatilizzati in mille rivoli per tenere a galla un governo nato agonizzante. Abbassare di 2 punti il rapporto deficit/Pil ammazzando il paese di tasse e aumenti di spesa è più o meno equivalente a dare un'aspirina a un malato di bronco-polmonite.

Se ce ne fosse ancora bisogno, ecco l'epitaffio inciso sulla lapide deposta da Ricolfi sugli sproloqui in tema di "risanamento dei conti pubblici".

E adesso come passeranno il tempo questi "autorevoli" economisti, statisti, ecc.?
Io qualche suggerimento ce l'avrei...

Caro Prodi... và a scuà 'l mar cun la furchèta (vai a spazzare il mare con la forchetta).
Oppure, in alternativa... và a Bagg a sonà l’organ  (vai a Baggio a suonare l’organo)...

PS: per chi non lo sapesse, a Baggio (periferia di Milano) c’è una cappella votiva con dipinto un organo... avete mai provato a suonare uno strumento musicale dipinto?
Ecco... per la serie: vai a fare una cosa impossibile, che ti tenga occupato a lungo... cioè: togliti dai piedi!

PPS: oltre alle cavolate economiche, Prodi insiste a dire che le paure degli italiani "sono state moltiplicate a scopo di campagna elettorale" dalla destra... ma non ci credono nemmeno gli elettori del Pd!


scritto da: Faramir alle ore 22:13 | link | commenti (3)
categorie: economia, prodi, poteri forti
lunedì, 07 aprile 2008

Mr. Nutella vs Cina

Questo round lo vincono i Ferrero Rocher, che personalmente non mi sono mai piaciuti molto (quei pezzettini di nocciola che si infilano tra i denti... meglio la Nutella o i Duplo), ma bisogna comunque apprezzare il fatto che i cinesi, per una volta, sono stati messi in riga.
Certo, se la smettessero anche di opprimere i tibetani gioiremmo molto di più...

scritto da: Faramir alle ore 23:39 | link | commenti (3)
categorie: economia, cina
martedì, 18 marzo 2008

Pd? No grazie! Abbiamo già dato...

Altri motivi per NON votare il Partito Democratico di Prodi e Veltroni, oltre al "pasticcio radicale in salsa pannelliana" e all'alleanza col "manettaro" Di Pietro?

L'ipocrisia che hanno rivelato in tema di politiche del lavoro e di gestione dell'economia e delle finanze pubbliche.

[...] L'attuale governo, in carica dalla primavera del 2006, ha goduto non solo di un extragettito, eredità del precedente esecutivo, ma di oltre un anno di congiuntura economica internazionale favorevole; la ripresa, seppur breve, c'è stata e gli altri paesi europei, infatti, non soffrono l'attuale crisi come l'Italia.

La differenza sostanziale sta nelle priorità che il governo Prodi si è dato, trascurando totalmente i fattori di crescita della produttività e dei consumi a favore di un risanamento dei conti pubblici che di qui a dodici mesi si rivelerà totalmente fittizio. Non solo perché la mancata crescita produrrà un innalzamento del rapporto deficit/pil (pur rimanendo sotto la soglia del 3%), ma anche perché la spesa pubblica - su cui non si è veramente intervenuti neanche a fronte di entrate record - ricomincerà a correre a causa dei capitoli di spesa messi a bilancio per il prossimo anno. Una gatta in più da pelare per il prossimo governo che - presumibilmente - sarà di centrodestra. Aveva dunque ben poco di cui andare fiero il ministro Padoa Schioppa, quando ha dichiarato che il risanamento è merito del governo mentre il rallentamento economico è colpa della congiuntura internazionale, ed è ben strano che a sostenere questo siano gli stessi personaggi che durante il governo Berlusconi - segnato da episodi come l'11 settembre, due guerre e una crisi mondiale dei rapporti con i paesi islamici - hanno addebitato la bassa crescita economica esclusivamente alle scelte dell'esecutivo di allora; ma allora, quantomeno, la crisi fu fronteggiata senza gravare ulteriormente sulle tasche degli italiani, tentando di razionalizzare la spesa con la riforma della pubblica amministrazione e il blocco delle assunzioni, indispensabile per l'assorbimento degli esuberi nella forza-lavoro realmente necessaria senza procedere a licenziamenti di massa, e con un piano di lungo termine per le infrastrutture la cui mancanza è tra i principali fattori di ritardo rispetto agli altri paesi europei. Un impianto ben diverso dal rastrellamento indiscriminato di risorse, il blocco delle grandi opere e il terrorismo fiscale. Il tutto senza aver inciso minimamente sulla capacità d'acquisto dei lavoratori e sulla piaga del lavoro nero, perché questi due problemi possono essere affrontati soltanto puntando sulla produttività e sulla detassazione degli oneri sul lavoro stesso. Se si calcola che sul compenso di un'ora di lavoro di una collaboratrice domestica, ad esempio, lo Stato pretende dal datore di lavoro una cifra pari al 40% del compenso stesso, le ragioni dell'immobilismo produttivo e salariale saltano agli occhi. Oggi è quasi surreale sentire Veltroni far proprie le parole d'ordine, le promesse e l'ottimismo del Cavaliere della campagna elettorale del 2001, quando il mondo, semplicemente, sembrava andare in tutt'altra direzione, ma la realtà della situazione - e la prudenza che questa determina nel programma e nelle affermazioni del Cavaliere di oggi - è ben rappresentata dalla lunga coda di pensionati davanti ad un distributore di latte con la bottiglia di vetro da un litro da riempire al prezzo di un euro. Cose che non si vedevano, ha sentenziato una signora, dal 1943. [...]
(
Valentina Meliadò, RagionPolitica.it)


scritto da: Faramir alle ore 17:25 | link | commenti
categorie: politica, lavoro, economia

Bonanni: dal governo «un comportamento assolutamente detestabile»

Secondo Raffaele Bonanni, nella vicenda Alitalia il governo ha tenuto «un comportamento assolutamente detestabile» nei confronti dei sindacati, anche perché gli esuberi sarebbero in realtà 7.000. Il Governo, ha detto il segretario generale della Cisl, «ci tiene all’oscuro di tutto, non prende una posizione chiara, in modo tale da garantire dei punti di approdo. Fanno tutto in silenzio, fanno tutto da soli e poi all’ultimo momento vogliono scaricare sulle nostre spalle la decisione, cucinano questa ministra acida e ci dicono”'o la mangi inacidendo anche tu, altrimenti ti prendi le responsabilità della minestra acida”. È un comportamento assolutamente detestabile». [...]
[Fonte:
il Sussidiario.net]

Ma non erano quelli che... "servono concertazione e dialogo"?


scritto da: Faramir alle ore 13:28 | link | commenti (2)
categorie: politica, lavoro, economia, alitalia
lunedì, 17 marzo 2008

E. Gotti Tedeschi: Moralità della recessione

Oltre al precedente post sul Cardinal Montini, segnalo un altro interessante articolo apparso sull'Osservatore Romano di ieri (e ringrazio l'amico che me lo ha indicato).


Il nuovo direttore Gian Maria Vian ha dato una bella svolta all'OR, in passato troppo "compassato", e le nuove collaborazioni come quella del banchiere Ettore Gotti Tedeschi (cattolico e liberale) indicano una maggiore attenzione ai temi economici, utile a sgombrare il campo da certi equivoci che spesso generano in ambito cattolico un "anti-capitalismo" ideologico "di maniera", presente anche nella gerarchia ecclesiastica e tra i parroci, purtroppo...

Di ben diverso tenore il magistero recente, e in particolare la Centesimus Annus di Giovanni Paolo II, che, mentre boccia totalmente il marxismo, vede invece nella "«economia d'impresa», o «economia di mercato», o semplicemente «economia libera»" la strada da percorrere per quei paesi "che cercano la via del vero progresso economico e civile" nel rispetto del "ruolo fondamentale e positivo dell'impresa, del mercato, della proprietà privata e della conseguente responsabilità per i mezzi di produzione, della libera creatività umana nel settore dell'economia". Ovviamente a patto di inquadrare la libertà economica "in un solido contesto giuridico che la metta al servizio della libertà umana integrale", onde evitare le degenerazioni del sistema capitalistico. 


L'unico appunto che mi tocca fare è che oltretevere sembra non sappiano ancora cosa sia un permalink... ;-)


Moralità della recessione


di Ettore Gotti Tedeschi


Interpretare le ragioni della attuale crisi economica e valutaria significa anche proporre una spiegazione dei problemi dell'economia statunitense che ne sono origine, cercare di capire come si sta cercando di risolverli, quali sono i rischi e le opportunità per i Paesi che ne subiranno le conseguenze, a cominciare dall'Italia.

Il mondo intero è stato per molti anni troppo dipendente dall'economia statunitense, beneficiandone per lunghi tempi. Ora, in tempi difficili per gli Stati Uniti, il resto del mondo deve prepararsi a ricambiare i benefici ricevuti.

Qual è la difficoltà degli Stati Uniti oggi? L'economia di questo grande Paese ha un problema - definibile come "crisi del credito" - che va risolto al più presto e ha comportato la crisi di liquidità in corso. Si tratta di una questione che si è accentuata a causa della mancanza di validi regolatori e controlli e a ragione di inadeguati rating delle agenzie. Per troppo tempo, cioè, si è sottovalutato il rischio del credito concesso - spesso con prodotti finanziari non facilmente gestibili - a Paesi stranieri, a imprese, ai privati (per comperare la casa o l'auto), e così via. Si è sottovalutato questo rischio perché c'era abbondanza di liquidità nel mercato a tassi esageratamente bassi, all'epoca ritenuti necessari per risolvere i problemi economici causati dalla "bolla" della cosiddetta new economy.

Questa crisi ha ridotto l'attrattività degli investimenti negli Stati Uniti e poiché le famiglie americane non producono risparmio, ma al contrario sono abituate a indebitarsi, i capitali per gli investimenti necessari sono stati cercati all'estero. Per renderli attraenti questi investimenti devono essere proposti a prezzi molto competitivi; da qui la decisione di svalutare il dollaro verso le altre valute, in primis l'euro. Di conseguenza, l'attuale svalutazione del dollaro verso l'euro, oltre all'immissione di liquidità da parte della Federal Reserve (la banca centrale statunitense), è una scelta strategica per ricapitalizzare, di fatto, un sistema economico che aveva usato troppo e male il debito anziché il capitale di rischio.

Per poter realizzare questa ricapitalizzazione in origine erano disponibili tre opzioni: i capitali dei Fondi sovrani; il risparmio europeo; la svalutazione del dollaro. Vediamo perché si è scelta la terza opzione. I Fondi sovrani si chiamano così perché appartengono a Paesi (sovrani appunto) ricchi e liquidi, per esempio i Paesi produttori di petrolio (si pensi che solo il Medio Oriente ha disponibile più di un trilione di dollari, quasi pari ai bisogni di ricapitalizzazione dell'economia statunitense). È però evidente che l'investimento di questi fondi, appartenendo a Stati sovrani, rischierebbe di modificare gli assetti di controllo dell'economia di un Paese. E questo spaventa tutti. Quale alternativa ai Fondi sovrani c'era disponibile il grande risparmio liquido europeo. Ma questo serve in prospettiva all'Europa stessa, quale strumento per rafforzarsi nell'economia globale e, probabilmente, per sostenere le banche europee, se entrassero in crisi anch'esse. Terza e ultima alternativa, quella scelta, è la più tradizionale: la svalutazione valutaria. Questa manovra permette, oltre che a rendere più attraenti gli investimenti, di far crescere l'export americano e far diminuire l'importazione da Paesi esteri. Conseguentemente diminuisce il deficit commerciale e cresce l'occupazione in patria (importare significa creare lavoro nel Paese esportatore). Per realizzare o favorire la svalutazione della valuta statunitense sono state anche utilizzate manovre indirette, quali l'uso dei tassi di interesse per la valuta europea e il prezzo dei cereali per la valuta cinese (RenMimBi). Un anno fa i tassi americani erano superiori a quelli europei di 150 punti base - obbligazioni in dollari rendevano un 1, 5 per cento in più di quelle in euro - oggi sono inferiori di 100 punti base (1 cento in meno). Questo cambiamento di rendimento ha comportato l'acquisto di euro e la vendita di dollari, con conseguenze evidenti di indebolimento della valuta statunitense su quella europea. Per la Cina invece - che importa cereali, il cui prezzo di offerta è influenzato dagli Stati Uniti, il più grande produttore mondiale - la leva usata è stata l'inflazione, che nel Paese asiatico è sensibile al prezzo del grano e a quello del petrolio. Per raffreddare la crescita dell'inflazione la Cina alza i tassi di interesse che raffreddano però anche la crescita economica ma rafforzano il RenMimBi verso il dollaro provocando più importazioni (di beni di lusso) e meno esportazioni. Ecco spiegato, con molta sinteticità, come Europa e Asia stanno concorrendo a sostenere la crisi americana.

Questa situazione potrebbe però rivelarsi una opportunità anche per l'Europa se si cogliesse l'occasione per forzare l'attuazione di riforme e finalmente ridurre i costi pubblici dell'inefficienza. Ciò significherebbe cancellare la burocrazia, ridurre le tasse, valorizzare il risparmio, far crescere la bassa produttività e perciò aumentare gli stipendi e il potere di acquisto. In pratica significherebbe prepararsi a rendere attraente un Paese per gli investimenti stranieri. Si direbbe che il presidente della Banca centrale europea Jean-Claude Trichet non stia riducendo i tassi in Europa proprio per spingere a risolvere i problemi accelerando forzatamente le riforme, consapevole che le soluzioni meno popolari si prendono quando si è in difficoltà.

Una recessione è sempre un fatto grave, soprattutto nel mondo globalizzato dove, come abbiamo visto, ognuno può decidere di gestire il momento negativo anche sfavorendo altri Paesi e conseguentemente i più deboli. Ma può avere la sua "moralità", se gestita con prospettiva strategica. Per molti anni abbiamo goduto del traino dell'economia statunitense, in quegli stessi anni abbiamo progettato l'Europa e, con l'euro, le abbiamo anche delegato le decisioni più importanti di politica economica. Ma l'Europa non funziona ancora.

Giovanni Paolo II nell'enciclica Sollicitudo rei socialis espresse il timore che all'uomo sfuggissero i meccanismi economici propri del mondo globale. L'intuizione di Papa Wojtyla potrebbe essere applicata all'attuale situazione. Introdurre correttamente i meccanismi economici "globali" potrebbe portare, in Asia, a una vera rivoluzione sociale di redistribuzione del reddito. I cinesi, vedendo ridurre le esportazioni, dovrebbero riportare la loro produzione nell'ambito domestico, sviluppando la domanda interna. Per farlo dovrebbero migliorare il potere d'acquisto della popolazione. In pratica dovrebbero rendere tutti meno poveri. Ma anche per gli italiani si tratterebbe di una vera rivoluzione, che potrebbe condurre alla fine della mentalità statalista e assistenzialista. Certo, oltre che più efficienti si dovrebbe essere meno spreconi e più sobri nei consumi. Ma alla fine si capirebbe che i talenti propri dell'uomo cresciuto in una cultura impregnata di valori cattolici non impiegherebbero molto a trovare i mezzi per dare nuovo slancio all'economia.

(©L'Osservatore Romano - 16 marzo 2008)


venerdì, 14 marzo 2008

Alla fine le balle vengono a galla

E di balle Prodi, Visco e TPS ce ne hanno raccontate tante, ma taaante...

Temo che il risveglio sarà brusco.


scritto da: Faramir alle ore 17:45 | link | commenti (1)
categorie: economia, prodi
giovedì, 13 marzo 2008

Tremonti risponde alle critiche di Giavazzi

Trascrivo la risposta di Giulio Tremonti (pubblicata il 07/03/2008 sul Corriere della Sera) a un editoriale di Giavazzi:

"Io protezionista? Allora anche Obama e McCain"

Caro Direttore, ho letto con particolare interesse l'articolo di Francesco Giavazzi pubblicato il 29 febbraio scorso sul Corriere, sotto il titolo: «La tentazione del protezionismo». Nell'articolo, concentrato sul programma elettorale del Pdl, Giavazzi formula rilievi critici, alcuni a me specificamente diretti. E dunque non solo per ragioni d'ufficio, come si dice, ma anche in nome di una nostra personale amicizia, penso che gli sia dovuta una risposta:
a) sostiene Giavazzi che nel programma elettorale del Pdl ci sarebbe: «... una tentazione protezionista ». La risposta a Giavazzi si trova nello stesso numero del Corriere,
nella pagina immediatamente successiva, in un articolo di Massimo Gaggi: «E l'America impaurita inizia a dubitare del "re mercato"».
Forse è il caso di avvertire Obama e McCain che anche sui loro programmi elettorali — e non solo su quello del Pdl — sta per abbattersi una scomunica;
b) sostiene Giavazzi che è male parlare di: «... dazi e quote contro la concorrenza asiatica asimmetrica ». Ancora una volta la risposta a Giavazzi si trova sul Corriere del 3 marzo scorso, in un articolo di Günter Verheugen, Vicepresidente della Commissione europea, pubblicato sotto il titolo: «Così proteggeremo il tessile». Forse è il caso di avvertire anche lui. Dazi e quote sono in realtà già stati introdotti, negli anni scorsi e con effetti molto positivi, proprio dall'Unione Europea, su pressione — tra l'altro — dell'industria e del governo italiani. È a questo tipo sperimentato di politica commerciale, e non ad altro, che si fa riferimento nel programma del Pdl;
c) sostiene Giavazzi che è male chiedere di: «ridurre la regolamentazione comunitaria». Nel 2003 a Stresa, al termine del semestre italiano di presidenza Ue, ho lanciato l'idea di concentrare l'attenzione anche sulla politica legislativa ed in particolare sugli effetti economici negativi tipici di una regolamentazione eccessiva, causa per le imprese di costi addizionali ed artificiali. Ne è derivato, per iniziativa della successiva presidenza olandese, il progetto denominato «Better regulation». È questo e solo questo il tipo di politica legislativa europea che, nel programma del Pdl, si pensa di intensificare;
d) sostiene Giavazzi che: «si propone una Banca del Sud, immagino pubblica... ne abbiamo già sperimentate due, il Banco di Sicilia e quello di Napoli».
La proposta della Banca del Sud, come la proposta del «5X1000» (una formula in cui per la prima volta in Italia si porta l'interesse pubblico fuori dal perimetro dello Stato), le ho avanzate nell'autunno del 2004 in due articoli pubblicati sul Corriere («La banca che il Sud non ha», 11 settembre 2004; «Volontariato e nuovo Welfare», 9 novembre 2004). Quegli articoli del Corriere sono poi diventati articoli di legge, contenuti nella Finanziaria per il 2006. Il Sud era nel 2004, ed è ancora di più ora nel 2008, l'unica grande regione d'Europa ad essere totalmente debancarizzata. La proposta, che sia realizzabile o no in concreto lo vedremo, non era e non è comunque quella di ricostituire una banca pubblica, vietata tra l'altro dalla normativa europea, ma all'opposto e chiaramente di promuovere una banca con diffuso azionariato privato;
e) sostiene infine Gavazzi che si penserebbe a: «Supermercati di Stato... ai magazzini Gum della Mosca sovietica». Comuni e volontariato come reti di distribuzione di beni di prima necessità, per aiutare chi non arriva a fine mese, sono in realtà qualcosa di diverso da un supermercato. Comunque, se proprio si vuole parlare di supermercati, va purtroppo notato che ora è proprio nei supermercati che si sta ripresentando, in forma diversa, ma con pari «cifra» di dramma sociale, la storia antica dei «furti di legname ». Leggiamo ancora sul Corriere del 2 marzo scorso il caso di: «Una pensionata settantenne denunciata per il furto in un supermercato: non arrivo a fine mese, sono costretta a rubare». In un solo anno e per effetto della mitizzata «concorrenza globale», il «carovita» ha in realtà portato via dalle tasche delle famiglie italiane qualcosa come 10 miliardi di euro, incidendo regressivamente soprattutto su chi ha di meno e sta peggio. Ma è lo stesso ovunque nel mondo: dagli Usa alla Russia, dall'Europa alla Cina.
Sulla crisi della globalizzazione, sui suoi lati oscuri ho scritto un libro che il 4 marzo scorso è stato segnalato dal Corriere. In ogni caso, a questa altezza di tempo, parlare di beni di prima necessità, di Comuni e di volontariato, in definitiva di povertà, può essere dibattuto e controverso e certo anche criticato, ma ciò che francamente non mi pare giusto è scherzarci sopra.

Giulio Tremonti

Alla luce anche di queste precisazione, mi pare difficile sostenere che (come sento dire da parte di qualche cattolico) il PdL abbia una tendenza iperliberista in economia, che esalterebbe il mercato e la competizione a danno della solidarietà e del sociale. Anzi vedo una demitizzazione del "mercato" come soluzione di tutti i problemi e attenzione alla sussidiarietà e ai problemi dei ceti più deboli.

D'altro canto, non reggono nemmeno le critiche di tendenze protezionistiche o di colbertismo, alle quali lo stesso Tremonti risponde che "l’alternativa non è tra colbertismo e liberalismo, ma tra astrattismo e realismo".
Nella stessa intervista appena citata, Tremonti definisce sé stesso un liberale:

"Ma essendo nato liberale e avendo una qualche esperienza empirica del mercato non faccio gli errori di chi non è nato liberale e non conosce il mercato. Il mercato non è assenza di regole, non è solo spiriti animali ottimali, è basato sulle regole, sulla parità delle condizioni, sulla proporzionalità delle situazioni. Il mercato non esclude, ma spesso anzi presuppone anche le ragioni generali dell’interesse pubblico. Per esempio, c’è nell’assetto mondiale del mercato lo squilibrio tra aree del mondo che hanno troppe regole (e che in modo suicida ne applicano di sempre nuove, unilateralmente) e aree del mondo che hanno zero regole. Voglio ricordare che le regole utili sono un investimento, quelle inutili – ora tanto di moda in Europa – sono invece un costo che spiazza. In questi termini la parità delle regole non mi sembra contro i principi liberali o contro il mercato. Direi l’opposto"


martedì, 11 marzo 2008

Tremonti: 'Un accordo globale per scongiurare la crisi'

Il vicepresidente di Forza Italia parla del suo libro 'La paura e la speranza'

[...]
Nel suo ultimo libro 'La paura e la speranza' (ed. Mondadori), scritto nell'autunno del 2007, ''prima della campagna elettorale e prima - tiene a sottolineare Tremonti in un colloquio con Ign, testata on line del gruppo Adnkronos - dell’evidenza della crisi economico-finanziaria in atto, a partire dall’America, nel mondo'', l'ex ministro dell'Economia punta il dito contro alcuni aspetti della globalizazzione che avrebbero prodotto una crisi strutturale del sitema.

Il vicepresidente di Forza Italia critica soprattutto ''un eccesso di mercatismo che - spiega - è la caricatura del liberalismo. Il liberalismo è un’ideologia nella quale mi riconosco pienamente, che non riduce tutta l’esistenza, tutta la vita nell’economia. Nessun liberale vero ha mai detto - ricorda - che l’economia è tutto, fa tutto, sa tutto. Ma è vero che negli ultimi 10 anni, cadute le altre ideologie, si è affermata questa ideologia economicistica e cioè il mercatismo. Il mercato provvede a tutto e lo fa, ovviamente, sempre in positivo, mai in negativo. In realtà non è mai stato così, non è così e non sarà così. La vita è qualcosa di più complesso più ricco del mercato''.
[...]
''Per esempio -sottolinea Tremonti- il mio libro non è mica sul protezionismo. A me fa un po’ ridere il ministro Bonino che dice ‘io sono contro i dazi’ quando giustamente sta avviando la procedura dei dazi a difesa dei compressori italiani. Ma ripeto - sottolinea l'ex ministro dell'Economia - il libro non è mica scritto guardando dal buco della serratura dei dazi, né basato sulle quote attraverso cui questa casta culturale sta cercando di difendersi. Non è contro il liberalismo o contro la globalizzazione, ma contro aspetti che stanno manifestando la loro criticità.

E la soluzione non si trova negando la realtà, spezzando il termometro pensando che il male sia nella febbre. La febbre è un sintomo, non è la malattia in sé, si trova pensando a strumenti diversi: per esempio, nel libro la proposta forte è quella di una nuova Bretton Woods, cioè a dire un nuovo accordo globale sulle ragioni di cambio e di scambio. Questo è esattamente l’opposto dell’anti globalizzazione, è l’opposto di una catena di errori che porterebbe a una crisi e che io vorrei evitare con strumenti di governo della globalizzazione. Nel 1944 nel New Hampshire i responsabili della politica e dell’economia del mondo si accordano in ordine ad alcuni capitolati che hanno retto per mezzo secolo. Ecco, io questo credo che dobbiamo fare, capire che la crisi non è banale ma è fondamentale, non è congiunturale ma strutturale e gestirla con strumenti di quel tipo''.
[...]
Quindi l'esponente azzurro attacca la politica perseguita da Romano Prodi attribuendo, tra gli altri, anche al presidente del Consiglio uscente la responsabilità politica della crisi in atto. ''Io mi limito a dire questo: un cambiamento come quello che si è prodotto è un cambiamento che nel corso della storia avrebbe occupato lo spazio di decenni e decenni. Un processo che non puoi fermare. Ma la scelta politica di aprire di colpo il mondo è una scelta che io considero demenziale. Nel '94 a Marrakech decidono di aprire il mondo, nel 2001, l'11 dicembre 2001 Prodi va come Commissione europea in Cina ed è protagonista del grande ingresso della Cina nel Wto. Per me fa una follia. Non l’apertura del mondo ai commerci ma un’apertura così inopinatamente accelerata. Un allargamento di questo tipo lo fai in decenni non lo fai in 5 anni''.

''Nel '57 quando fu fatto il grande trattato sul commercio europeo - ricorda Tremonti - furono applicate verso l’Asia dazi e quote. E l'Europa li ha continuati a tenere per decenni e decenni. Progressivamente li ha ridotti. Quella è stata una politica saggia. Non la politica fatta dai pazzi che hanno governato, anzi sgovernato la globalizzazione in un determinato arco di tempo breve che va dal 1994 al 2001. Troppo breve, è stata una follia, hanno aperto il vaso di Pandora e scatenato forze che neanche loro riescono più a controllare. Quindi, ripeto, il mondo non poteva che fare il suo corso, la globalizzazione non poteva essere fermata ma è stata una pazzia quella di accelerarla di colpo. Adesso ne vediamo i risultati che non sono solo positivi ma anche negativi. Non solo per l’Occidente me anche per l’Asia''.


scritto da: Faramir alle ore 14:13 | link | commenti (4)
categorie: economia, globalizzazione, liberalismo, tremonti
giovedì, 28 febbraio 2008

Perché la maggioranza degli operai snobba il Pd

[...] Se si esaminano le liste veltroniane con milioni di «figli di...», bravini, capacini di ottimini discorsini, con gli occhialini o stivalini (da ragazze bene) giustini. Quando si constata che l’unico operaio valorizzato non è scelto perché dirigente delle lotte o del Pd in fabbrica, ma come tragico testimonial (naturalmente a lui personalmente va tutta la solidarietà) di un terribile dramma, riesce difficile non condividere la sensazione crescente di larghi settori popolari: questi ci hanno abbandonato. L’esperto del lavoro candidato Pietro Ichino - bravo commentatore che vedremo se sa fare il politico, come dice Massimo D’Alema - non è uno che ha lavorato in squadra per formare l’appena costituito Pd: no, è gentilmente prestato dal Corriere della Sera [noto anche come "il quotidiano delle grandi banche" . Nota di Faramir] per piacere alla gente che piace. L’ispirazione del programma del Pd, poi, è dettata da uno dei luoghi più astratti dell’universo, il sito di economisti della «voce.info», che fa sembrare la facoltà di Teologia di Tubinga un posto in cui ci si occupa solo di problemi pratici. E poi, in realtà, l’uomo forte del «lavoro» nelle liste del Pd sarà Paolo Nerozzi, leader del pubblico impiego in Cgil. Come volevasi dimostrare. [...]

Fonte: il Giornale

No comment.


scritto da: Faramir alle ore 15:30 | link | commenti (2)
categorie: politica, economia, partito democratico
lunedì, 11 febbraio 2008

La Banda del Buco

Ovvero: l'hanno fatto un'altra volta. Come volevasi dimostrare.

Prodi prima e Veltroni ora non perdono occasione per vantare che il centro-sinistra avrebbe RISANATO I CONTI PUBBLICI, poi uno apre il Sole24Ore (mica il Giornale o la Padania) e scopre che c'è già un buco di SETTE MILIARDI SETTE di euro da coprire, grazie alla FINANZA CREATIVA di Padoa Schioppa.

In parole povere: il governo Prodi per abbassare il rapporto tra deficit e PIL del 2007 verso il 2% come chiesto dalla UE ha spostato una parte di spese dal bilancio 2007 a quello 2008.
Risultato: nel 2008 rischiamo di ritornare molto vicini al 3% di rapporto deficit-PIL

Altro che restituire il tesoretto ai ceti medio-bassi, come promesso da Prodi!
E' già tanto se si riesce a ritornare al livello di tassazione del 2006, prima delle salassate prodiane. E intanto le tariffe dei servizi essenziali salgono, salgono... come l'inflazione, mentre la produzione industriale e il PIL scendono, scendono... e gli stipendi dei dipendenti restano inchiodati là.
Naturalmente Uolter & C. si affretteranno a dire che "non è vero niente!", è solo "propaganda!", come nel 2001, quando Tremonti si ritrovò una voragine causata dalla finanziaria elettorale del governo Amato (mai ossimoro fu più azzeccato).
Ironicamente, fu la stessa Commissione Prodi a certificare che la Finanziaria 2001 aveva fatto decollare il deficit dallo 0,8% (sul PIL) annunciato al 3,2% effettivo!
Queste cose bisogna evidenziare per far capire anche ai più digiuni di politica ed economia che la presunta "serietà al governo" è solo di facciata e che al confronto Berlusconi e Tremonti, con tutti i loro limiti, sono grasso che cola...

scritto da: Faramir alle ore 18:50 | link | commenti (1)
categorie: economia, finanza, prodi, tremonti
giovedì, 20 dicembre 2007

Finanziaria carnevalesca

Ha un bel dire il ministro TPS che «Nessuno stravolgimento è avvenuto al testo della Finanziaria durante l'iter in Parlamento. Anzi l'impatto sui conti pubblici, e in particolare sul deficit, è migliorato...».

Di sicuro non ha convinto il sen. Dini: legge finanziaria? «È dannosa per l’economia del Paese. I nostri avvertimenti sono finiti. Se succede qualcosa, nessuno ci può chiamare “traditori”».
(Interessanti anche altri commenti di Dini: Decreto sicurezza? «Dilettantismo al governo». Generale Speciale e spoil system? «Questo governo è vorace di posti, vedrà in aprile».)

Ma nemmeno l'editorialista Marco Tarquinio, che su Avvenire di ieri aveva gioco facile nel rilevare come "nell’andirivieni tra Camera e Senato, gli argini hanno ceduto e impieghi e spese si sono gonfiati di quasi il 53 per cento", ovvero dai 10,7 miliardi di euro iniziali ai 16,33 miliardi stabiliti dall'ultimo passaggio alla Camera.

L'analisi di Tarquinio va giù piuttosto pesante (almeno stando agli standard molto "sobri" degli editoriali di Avvenire):

[...] Visto e considerato che al ministero dell’Economia nessun guardiano dei conti si sta stracciando pubblicamente le vesti per quanto accaduto, è evidente che si era messo in qualche modo in preventivo di arrivare a queste quote d’impegno finanziario. E, magari, lo si è fatto nella consapevolezza dello strepitoso andamento delle entrate fiscali, che anche ieri hanno consegnato agli annali e, soprattutto, alle casse pubbliche nuovi dati record. Un fiume di soldi in ingresso, un fiume di soldi in uscita. Ma – ecco la domanda – per fare che cosa di tangibilmente e memorabilmente utile?
  Una massa di manovra aggiuntiva da cinque miliardi e seicentrenta milioni di euro meritava, certamente, di essere impiegata con coraggio e lungimiranza. E invece, carte alla mano, ci ritroviamo a ragionare su una Finanziaria che sembra aver trovato e impiegato il suo cospicuo 'tesoretto' quasi per caso. E comunque, certamente, caso per caso. All’insegna di quelle «politiche-coriandolo» che su queste colonne Francesco Riccardi, già a fine ottobre, aveva analizzato con preoccupazione.
  Una manciata di coriandoli può strappare un sorriso, ma non offre vera allegria. E tante, troppe, famiglie italiane faticano a essere allegre anche in questa vigilia di Natale. E magari non lo sono perché si continua a legiferare come se quel che viene predisposto – e giustamente! – per i più poveri sia automaticamente anche di sostegno per la famiglia, che s’affanna a far quadrare i conti eppure resta il primo baluardo della solidarietà e il primo rimedio alla caduta nella povertà. I due piani sono ovviamente complementari, ma anche nettamente diversi. E con cinque miliardi e seicentotrenta milioni di euro si poteva ben cominciare a lasciare un profondo e duraturo segno di svolta nella politiche per i nuclei con figli.
  Forse non fino al punto di avviare quel «quoziente familiare» che tanto bene sta funzionando Oltralpe e che di troppo pochi estimatori gode nell’attuale maggioranza di governo, ma almeno per materializzare – e persino migliorare, depurandolo d’ogni impaccio ideologico – il progetto dell’«assegno da 2.500 euro a figlio» delineato alla Conferenza nazionale sulla famiglia di Firenze. Quel progetto per il quale il ministro Padoa­Schioppa assicurò, annuendo con testa e voce, in una conferenza stampa immortalata dalle telecamere di tutti i tg, che «i soldi c’erano». Ora sappiamo che diceva la verità. I soldi c’erano, ed erano pure tanti. Ma, in tanti rivoli, sono finiti altrove.

Sì, TPS ha detto la verità sul fatto che c'erano i soldi, ma ha detto molte bugie su come li volevano impiegare.

scritto da: Faramir alle ore 15:45 | link | commenti (1)
categorie: politica, economia
martedì, 27 novembre 2007

Per la famiglia 700 milioni... IN MENO!

Se questo è il modo in cui i cattolici dell'Unione (o Pd che dir si voglia) intendono il sostegno alle famiglie, allora meglio essere ignorati... al confronto l'assegno di 1000 euro per i nuovi nati (quello che la Bindi & C. definivano "propaganda strumentale"...) è tutto grasso che cola.

Qualcuno intravede addirittura degli intenti punitivi in questa finanziaria. Guai a disturbare il "manovratore"...

La senatrice Binetti dovrebbe andare a lezione da Dini.

scritto da: Faramir alle ore 18:14 | link | commenti (1)
categorie: politica, famiglia, economia
giovedì, 15 novembre 2007

Controriformismo alla emiliana: qualcuno li fermi!

A causa dell'ossessione berlusconiana, molti non riescono a cogliere qual è la vera emergenza nazionale in questo momento.

Non si tratta del riscaldamento globale, né del dialogo interculturale, dei cibi Ogm o di altri temi politicamente corretti tanto alla moda.

Quello che occorre risolvere prima di tutto è la contraddizione di un governo che dietro l'alibi di risanare i conti pubblici sta invece affossando definitivamente questo Paese.

Mi spiego citando un intellettuale di sinistra (quindi al di sopra di ogni sospetto, si sa... sic!), ovvero Luca Ricolfi, che sulla Stampa di due giorni fa rifletteva sulla stagione iniziata nel 1992. Sebbene non sia tenero con il governo Berlusconi (e con alcune buone ragioni), il Ricolfi nota che:

"[...] negli ultimi due anni, il processo riformistico non si è semplicemente interrotto, ma ha subito una vera e propria inversione di tendenza: il governo Prodi ha dato avvio a una stagione controriformistica, che ora si sta nitidamente dipanando sotto i nostri occhi. È vero, il governo si limita a galleggiare, ma questo non significa che non faccia nulla: fa quel che ritiene necessario per sopravvivere, e purtroppo questo «necessario per sopravvivere» consiste in un progressivo, lento ma tenace, smantellamento dei risultati della stagione precedente. [...] siamo il Paese europeo con la spesa sociale più squilibrata a favore della previdenza (e a scapito degli ammortizzatori sociali), e ci permettiamo - unici in Europa - di varare una legge che abbassa l’età pensionabile (da 60 a 58 anni). [...] l’ennesima ondata di stabilizzazioni dei precari, [...] chiude ogni opportunità a quanti - soprattutto donne e giovani - sono semplicemente «capaci e meritevoli», ma privi di precedenti lavorativi nella Pubblica Amministrazione.
Ma il vero, fondamentale, caposaldo della controriforma è il terzo. Questo è il primo governo che vara manovre che anziché correggere i nostri squilibri li aggravano, e inoltre lo fanno intenzionalmente, ossia non per sbaglio ma programmaticamente.  [...] Ma non basta. Anche le manovre per impiegare l’extragettito fiscale del 2006 e del 2007 hanno un impianto controriformistico: è paradossale, ma senza di esse i nostri squilibri nei conti pubblici sarebbero minori. Da quando in qua una manovra correttiva modifica le tendenze spontanee dell’economia amplificando gli squilibri anziché attenuandoli? [...]"

Capite quindi che auspicare la bocciatura della manovra finanziaria e l'esercizio provvisorio non sia poi tanto bizzarro...

Ecco, spero che ci si possa confrontare pacatamente su queste cose, che, nel mio piccolo, vado ripetendo da un anno. Se non si sblocca questa situazione tutto il resto, dall'emergenza immigrazione, all'efficienza dell'amministrazione pubblica, della giustizia, ecc. continuerà lentamente, ma inesorabilmente a peggiorare.

Prodi, che di questo immobilismo è il simbolo, non ha purtroppo il buon senso di farsi da parte e recita a soggetto. A questo punto, ci tocca sperare nell'improbabile sussulto di dignità di un Dini o di un senatore a vita. Mala tempora currant...

Allora, tra sabato e lunedì, tutti ai gazebo a firmare!


scritto da: Faramir alle ore 11:50 | link | commenti (2)
categorie: politica, economia, prodi, riforme, pensioni
giovedì, 25 ottobre 2007

5 per mille: la beffa continua

La beffa del tetto imposto sul gettito ricavato dal 5 per mille da destinare alla solidarietà e alla ricerca continua, alla faccia della mobilitazione del settore non profit.

Quelli della "serietà al governo" ci hanno provato di nuovo con il giochino delle 3 carte, facendo incavolare pure l'Unicef...

Evidentemente hanno visto che se aspettano le donazioni spontanee ai ministeri stanno freschi. Meglio attingere direttamente dal "malloppo".
Poi non si lamentino se la popolarià dell'esecutivo è ai minimi storici e le contestazioni si allargano.
Pensate: con tutti i "tesoretti" che si sono inventati negli ultimi mesi, pare che non riescano a trovare poche centinaia di milioni per gli emofiliaci.
Anche in questo caso il precedente governo, pur in una congiuntura economica molto più difficile, fece meglio di questi che volevano "organizzare un po' di felicità" per gli Italiani.
Fino ad ora hanno saputo solo aumentare le tasse e la spesa pubblica, tagliando le gambe alla già debole ripresa economica, mentre ci raccontano balle. Viene da piangere...

Insomma, ci tocca sperare nell'ennesimo "emendamento riparatore"... bravi Bobba e Ferrante, ma non capisco perché ve la prendete con l'opposizione.
Vi ricordo che al governo c'è il vostro amato "cattolico adulto" Prodi, e che la finanziaria la scrivono i vostri amici. L'opposizione può solo controllare e mettere in evidenza le cavolate da essi commesse (tanto quando fa controproposte costruttive la maggioranza le boccia comunque, ricorrendo se necessario al voto di fiducia). E in questo periodo è difficile stare dietro a tanta abbondanza...

E a volerla dire tutta, il meccanismo del 5 per mille fu introdotto dal "diabolico" (secondo loro) governo Berlusconi, tramite il criticatissimo ministro Tremonti.
Avete voluto Prodi? Adesso godetevelo!

scritto da: Faramir alle ore 10:49 | link | commenti (1)
categorie: economia, fisco, terzo settore, solidarietà, sussidiarietà
giovedì, 27 settembre 2007

I fondamentalisti del libero mercato

Non c'è niente da fare.
E' più forte di loro.
Mi riferisco ai radicaloidi presunti liberali, liberisti, libertari, ecc. ecc.

Qualunque cosa
dica il Papa, loro devono fargli le pulci e scovare un appiglio per dargli addosso.

Alcuni giorni fa, commentando una parabola con la quale Gesù spiegava quale fosse il modo migliore di utilizzare il denaro e le ricchezze materiali, Benedetto XVI ha detto una cosa ovvia, ovvero che:

«Il denaro non è "disonesto" in se stesso, ma più di ogni altra cosa può chiudere l'uomo in un cieco egoismo.»

Per poi accennare al "vasto e complesso campo di riflessione sul tema della ricchezza e della povertà", ricordando i fondamenti della dottrina sociale della Chiesa, sintetizzabili nel concetto per cui "la logica del profitto e quella della equa distribuzione dei beni [...] non sono in contraddizione l'una con l'altra, purché il loro rapporto sia bene ordinato".

Niente di nuovo per chi ha una minima confidenza con le encicliche degli ultimi due pontefici.
La Centesimus Annus citata dallo stesso Benedetto XVI:

«La moderna economia d'impresa comporta aspetti positivi, la cui radice è la libertà della persona, che si esprime in campo economico come in tanti altri campi» (n. 32)

Mentre nella stessa enciclica Giovanni Paolo II riconosceva apertamente il "fallimento del comunismo". Verdetto ribadito da Benedetto XVI nella sua prima enciclica (Deus Caritas Est, n. 27).
Forse per questo gli hooligans liberisti si aspettavano che la Chiesa promuovesse il capitalismo-senza-se-e-senza-ma...
Ma... eh, già, c'è sempre un "ma".

Come osserva il banchiere Ettore Gotti Tedeschi (che dovrebbe capirci di economia):

«Il capitalismo non è buono né cattivo: va direzionato.»
«Sono convinto - aggiunge Gotti Tedeschi - che il Papa sappia bene che il capitalismo è semplicemente un modello con il quale si organizza l'economia, un modello in sé neutrale, e che attualmente non ha altra alternativa reale che lo statalismo. Il quale sinora ha fallito ovunque».


Per ritornare alla Centesimus Annus (n. 41 e 42):

[...] L'esperienza storica dell'Occidente, da parte sua, dimostra che, se l'analisi e la fondazione marxista dell'alienazione sono false, tuttavia l'alienazione con la perdita del senso autentico dell'esistenza è un fatto reale anche nelle società occidentali. Essa si verifica nel consumo, quando l'uomo è implicato in una rete di false e superficiali soddisfazioni, anziché essere aiutato a fare l'autentica e concreta esperienza della sua personalità. Essa si verifica anche nel lavoro, quando è organizzato in modo tale da «massimizzare» soltanto i suoi frutti e proventi e non ci si preoccupa che il lavoratore, mediante il proprio lavoro, si realizzi di più o di meno come uomo, a seconda che cresca la sua partecipazione in un'autentica comunità solidale, oppure cresca il suo isolamento in un complesso di relazioni di esasperata competitività e di reciproca estraniazione, nel quale egli è considerato solo come un mezzo, e non come un fine. [...]

Ritornando ora alla domanda iniziale, si può forse dire che, dopo il fallimento del comunismo, il sistema sociale vincente sia il capitalismo, e che verso di esso vadano indirizzati gli sforzi dei Paesi che cercano di ricostruire la loro economia e la loro società? È forse questo il modello che bisogna proporre ai Paesi del Terzo Mondo, che cercano la via del vero progresso economico e civile?

La risposta è ovviamente complessa. Se con «capitalismo» si indica un sistema economico che riconosce il ruolo fondamentale e positivo dell'impresa, del mercato, della proprietà privata e della conseguente responsabilità per i mezzi di produzione, della libera creatività umana nel settore dell'economia, la risposta è certamente positiva, anche se forse sarebbe più appropriato parlare di «economia d'impresa», o di «economia di mercato», o semplicemente di «economia libera». Ma se con «capitalismo» si intende un sistema in cui la libertà nel settore dell'economia non è inquadrata in un solido contesto giuridico che la metta al servizio della libertà umana integrale e la consideri come una particolare dimensione di questa libertà, il cui centro è etico e religioso, allora la risposta è decisamente negativa.

La soluzione marxista è fallita, ma permangono nel mondo fenomeni di emarginazione e di sfruttamento, specialmente nel Terzo Mondo, nonché fenomeni di alienazione umana, specialmente nei Paesi più avanzati, contro i quali si leva con fermezza la voce della Chiesa. Tante moltitudini vivono tuttora in condizioni di grande miseria materiale e morale. Il crollo del sistema comunista in tanti Paesi elimina certo un ostacolo nell'affrontare in modo adeguato e realistico questi problemi, ma non basta a risolverli. C'è anzi il rischio che si diffonda un'ideologia radicale di tipo capitalistico, la quale rifiuta perfino di prenderli in considerazione, ritenendo a priori condannato all'insuccesso ogni tentativo di affrontarli, e ne affida fideisticamente la soluzione al libero sviluppo delle forze di mercato. [...]

"Fideisticamente" è la parola giusta. Per alcuni il "libero mercato", da mezzo utile al bene dell'uomo, è diventato un idolo indiscutibile.

Insomma, il Papa suggerisce che l'economia di mercato deve mantenere un "volto umano", perché interesse comune. Essere solidali conviene.
Infatti, sul lungo periodo, il pensare solo al profitto e ignorare le situazioni di povertà sono comportamenti che generano problemi anche a chi vive nel benessere. Le emergenze ambientali e i crescenti flussi migratori di disperati alla ricerca di un mezzo di sostentamente sono argomenti di cronaca quotidiana, dopotutto.

Ma guai se il Papa dice che i valori morali hanno qualcosa da dire a proposito dello sviluppo economico.
I nostri coraggiosi libertari lo etichettano subito come cleromarxista, leader dei noglobal, anticapitalista, ecc.

E questi dovrebbero essere i "think tank" dei radicali?
Poi si sorprendono se nella vita reale non li caga quasi nessuno. Ma a loro basta linkarsi a vicenda per convincersi di poter smuovere le masse...

(Nella foto, un momento della "marcia su Roma" capezzoniana...)


 


La libertà, se non intende portare alla menzogna e all'autodistruzione, deve orientarsi alla verità, ossia a ciò che veramente noi siamo e corrispondere a questo nostro essere. [...] la libertà umana può consistere solo nell'ordinata concordia delle libertà.
-- Joseph Ratzinger
(Studi Cattolici, 430, dicembre 1996)


E' il dispotismo che puo' fare a meno della fede, non la libertà.
-- Alexis de Tocqueville

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