Gino

lunedì, 17 marzo 2008

E. Gotti Tedeschi: Moralità della recessione

Oltre al precedente post sul Cardinal Montini, segnalo un altro interessante articolo apparso sull'Osservatore Romano di ieri (e ringrazio l'amico che me lo ha indicato).


Il nuovo direttore Gian Maria Vian ha dato una bella svolta all'OR, in passato troppo "compassato", e le nuove collaborazioni come quella del banchiere Ettore Gotti Tedeschi (cattolico e liberale) indicano una maggiore attenzione ai temi economici, utile a sgombrare il campo da certi equivoci che spesso generano in ambito cattolico un "anti-capitalismo" ideologico "di maniera", presente anche nella gerarchia ecclesiastica e tra i parroci, purtroppo...

Di ben diverso tenore il magistero recente, e in particolare la Centesimus Annus di Giovanni Paolo II, che, mentre boccia totalmente il marxismo, vede invece nella "«economia d'impresa», o «economia di mercato», o semplicemente «economia libera»" la strada da percorrere per quei paesi "che cercano la via del vero progresso economico e civile" nel rispetto del "ruolo fondamentale e positivo dell'impresa, del mercato, della proprietà privata e della conseguente responsabilità per i mezzi di produzione, della libera creatività umana nel settore dell'economia". Ovviamente a patto di inquadrare la libertà economica "in un solido contesto giuridico che la metta al servizio della libertà umana integrale", onde evitare le degenerazioni del sistema capitalistico. 


L'unico appunto che mi tocca fare è che oltretevere sembra non sappiano ancora cosa sia un permalink... ;-)


Moralità della recessione


di Ettore Gotti Tedeschi


Interpretare le ragioni della attuale crisi economica e valutaria significa anche proporre una spiegazione dei problemi dell'economia statunitense che ne sono origine, cercare di capire come si sta cercando di risolverli, quali sono i rischi e le opportunità per i Paesi che ne subiranno le conseguenze, a cominciare dall'Italia.

Il mondo intero è stato per molti anni troppo dipendente dall'economia statunitense, beneficiandone per lunghi tempi. Ora, in tempi difficili per gli Stati Uniti, il resto del mondo deve prepararsi a ricambiare i benefici ricevuti.

Qual è la difficoltà degli Stati Uniti oggi? L'economia di questo grande Paese ha un problema - definibile come "crisi del credito" - che va risolto al più presto e ha comportato la crisi di liquidità in corso. Si tratta di una questione che si è accentuata a causa della mancanza di validi regolatori e controlli e a ragione di inadeguati rating delle agenzie. Per troppo tempo, cioè, si è sottovalutato il rischio del credito concesso - spesso con prodotti finanziari non facilmente gestibili - a Paesi stranieri, a imprese, ai privati (per comperare la casa o l'auto), e così via. Si è sottovalutato questo rischio perché c'era abbondanza di liquidità nel mercato a tassi esageratamente bassi, all'epoca ritenuti necessari per risolvere i problemi economici causati dalla "bolla" della cosiddetta new economy.

Questa crisi ha ridotto l'attrattività degli investimenti negli Stati Uniti e poiché le famiglie americane non producono risparmio, ma al contrario sono abituate a indebitarsi, i capitali per gli investimenti necessari sono stati cercati all'estero. Per renderli attraenti questi investimenti devono essere proposti a prezzi molto competitivi; da qui la decisione di svalutare il dollaro verso le altre valute, in primis l'euro. Di conseguenza, l'attuale svalutazione del dollaro verso l'euro, oltre all'immissione di liquidità da parte della Federal Reserve (la banca centrale statunitense), è una scelta strategica per ricapitalizzare, di fatto, un sistema economico che aveva usato troppo e male il debito anziché il capitale di rischio.

Per poter realizzare questa ricapitalizzazione in origine erano disponibili tre opzioni: i capitali dei Fondi sovrani; il risparmio europeo; la svalutazione del dollaro. Vediamo perché si è scelta la terza opzione. I Fondi sovrani si chiamano così perché appartengono a Paesi (sovrani appunto) ricchi e liquidi, per esempio i Paesi produttori di petrolio (si pensi che solo il Medio Oriente ha disponibile più di un trilione di dollari, quasi pari ai bisogni di ricapitalizzazione dell'economia statunitense). È però evidente che l'investimento di questi fondi, appartenendo a Stati sovrani, rischierebbe di modificare gli assetti di controllo dell'economia di un Paese. E questo spaventa tutti. Quale alternativa ai Fondi sovrani c'era disponibile il grande risparmio liquido europeo. Ma questo serve in prospettiva all'Europa stessa, quale strumento per rafforzarsi nell'economia globale e, probabilmente, per sostenere le banche europee, se entrassero in crisi anch'esse. Terza e ultima alternativa, quella scelta, è la più tradizionale: la svalutazione valutaria. Questa manovra permette, oltre che a rendere più attraenti gli investimenti, di far crescere l'export americano e far diminuire l'importazione da Paesi esteri. Conseguentemente diminuisce il deficit commerciale e cresce l'occupazione in patria (importare significa creare lavoro nel Paese esportatore). Per realizzare o favorire la svalutazione della valuta statunitense sono state anche utilizzate manovre indirette, quali l'uso dei tassi di interesse per la valuta europea e il prezzo dei cereali per la valuta cinese (RenMimBi). Un anno fa i tassi americani erano superiori a quelli europei di 150 punti base - obbligazioni in dollari rendevano un 1, 5 per cento in più di quelle in euro - oggi sono inferiori di 100 punti base (1 cento in meno). Questo cambiamento di rendimento ha comportato l'acquisto di euro e la vendita di dollari, con conseguenze evidenti di indebolimento della valuta statunitense su quella europea. Per la Cina invece - che importa cereali, il cui prezzo di offerta è influenzato dagli Stati Uniti, il più grande produttore mondiale - la leva usata è stata l'inflazione, che nel Paese asiatico è sensibile al prezzo del grano e a quello del petrolio. Per raffreddare la crescita dell'inflazione la Cina alza i tassi di interesse che raffreddano però anche la crescita economica ma rafforzano il RenMimBi verso il dollaro provocando più importazioni (di beni di lusso) e meno esportazioni. Ecco spiegato, con molta sinteticità, come Europa e Asia stanno concorrendo a sostenere la crisi americana.

Questa situazione potrebbe però rivelarsi una opportunità anche per l'Europa se si cogliesse l'occasione per forzare l'attuazione di riforme e finalmente ridurre i costi pubblici dell'inefficienza. Ciò significherebbe cancellare la burocrazia, ridurre le tasse, valorizzare il risparmio, far crescere la bassa produttività e perciò aumentare gli stipendi e il potere di acquisto. In pratica significherebbe prepararsi a rendere attraente un Paese per gli investimenti stranieri. Si direbbe che il presidente della Banca centrale europea Jean-Claude Trichet non stia riducendo i tassi in Europa proprio per spingere a risolvere i problemi accelerando forzatamente le riforme, consapevole che le soluzioni meno popolari si prendono quando si è in difficoltà.

Una recessione è sempre un fatto grave, soprattutto nel mondo globalizzato dove, come abbiamo visto, ognuno può decidere di gestire il momento negativo anche sfavorendo altri Paesi e conseguentemente i più deboli. Ma può avere la sua "moralità", se gestita con prospettiva strategica. Per molti anni abbiamo goduto del traino dell'economia statunitense, in quegli stessi anni abbiamo progettato l'Europa e, con l'euro, le abbiamo anche delegato le decisioni più importanti di politica economica. Ma l'Europa non funziona ancora.

Giovanni Paolo II nell'enciclica Sollicitudo rei socialis espresse il timore che all'uomo sfuggissero i meccanismi economici propri del mondo globale. L'intuizione di Papa Wojtyla potrebbe essere applicata all'attuale situazione. Introdurre correttamente i meccanismi economici "globali" potrebbe portare, in Asia, a una vera rivoluzione sociale di redistribuzione del reddito. I cinesi, vedendo ridurre le esportazioni, dovrebbero riportare la loro produzione nell'ambito domestico, sviluppando la domanda interna. Per farlo dovrebbero migliorare il potere d'acquisto della popolazione. In pratica dovrebbero rendere tutti meno poveri. Ma anche per gli italiani si tratterebbe di una vera rivoluzione, che potrebbe condurre alla fine della mentalità statalista e assistenzialista. Certo, oltre che più efficienti si dovrebbe essere meno spreconi e più sobri nei consumi. Ma alla fine si capirebbe che i talenti propri dell'uomo cresciuto in una cultura impregnata di valori cattolici non impiegherebbero molto a trovare i mezzi per dare nuovo slancio all'economia.

(©L'Osservatore Romano - 16 marzo 2008)


giovedì, 22 novembre 2007

Matching 2007: al lavoro per il bene comune

Questa settimana si è svolto il Matching 2007. Un appuntamento per entrare in contatto e capire il Paese reale, molto lontano (purtroppo) dai giochi di Palazzo.

Per chi non sa cosa sia, ne scrive Nerella in questo editoriale sul sito dell'associazione Samizdaonline, che recentemente si è rifatto il look, con Drupal e grazie al prezioso lavoro del Mascellaro.

mercoledì, 18 aprile 2007

Credibilità Zero

La mortadella perde i pistacchi, ma non il vizio del dirigismo statalista, entrando "a gamba tesa" nelle trattative sulla Telecom e condizionando il libero mercato, che in Italia raramente è "libero" davvero da condizionamenti politici.

Ormai la credibilità del nostro Paese all'estero, che dopo il pasticcio afghano era ai minimi storici, ha raggiunto lo zero assoluto.
Altro che Repubblica delle Banane berlusconiana.
Bacchettati da americani e Commissione Europea come degli scolaretti un po' lenti di comprendonio.
Urgono lezioni di autentico liberismo (astenersi lenzuolai bersaniani) per i nostri politici (non solo per Prodi & C.,  questo va detto).

La cosa buffa è che quella di "cambiare le regole del gioco durante la partita" era una della accuse preferite fatte al governo Berlusconi...
Ma loro sono "antropologicamente superiori", quindi possono.

scritto da: Faramir alle ore 10:30 | link | commenti
categorie: politica, economia, finanza, liberalismo, economia di mercato
giovedì, 25 gennaio 2007

La religione cattolica fa bene alla scienza e all'economia

Sul Domenicale di sabato scorso, Massimo Introvigne recensisce La vittoria della ragione di Rodney Stark.

Concludendo un’ambiziosa trilogia dedicata alla sociologia dei monoteismi, lo studioso americano, non cattolico, dimostra come alla base di “capitalismo”, libertà politica e vera scienza ci sia sempre il cattolicesimo. Ecco come e perché.

L'articolo è lungo, ma vale la pena leggerselo tutto, quindi non faccio citazioni.

lunedì, 27 febbraio 2006

Francia: un cancro al cuore dell'Europa

Quando si scopre l'esistenza di un cancro ci sono 2 possibilità per evitare che le metastasi si propaghino a tutto l'organismo: o si pratica una terapia d'urto, oppure si interviene chirurgicamente per estirparlo.

Nel caso della Francia, l'Unione Europea ha già aspettato troppo. Il rischio che lo sciovinismo nazionalista dei galletti dia il colpo finale alla credibilità delle istituzioni europee - già delegittimate dalla scarsa democraticità e dallo stop alla costituzione europea - è alto.

Il Governo italiano deve picchiare i pugni sul tavolo ed esigere reciprocità (se non ci si intende nemmeno tra europei, hai voglia a pretenderla dai paesi arabi).

In quanto a certi "animali" (orwellianamente parlando) che si credono "più uguali degli altri", non dubitavo che avrebbero sfruttato meschinamente anche questa situazione in chiave elettorale, contribuendo ad infangare il proprio paese, alla faccia della coerenza e dell'interesse nazionale.


scritto da: Faramir alle ore 13:07 | link | commenti
categorie: unione europea, globalizzazione, economia di mercato
venerdì, 09 settembre 2005

Dario Antiseri: «l'Italia rimane un Paese sostanzialmente illiberale»

«Va da sé che molteplici ­ di vario peso e differente derivazione storica ­ sono le cause dei nostri mali, di un’Italia che talvolta pare non avere più fiato per andare avanti. Ma tra queste cause forse la più decisiva è di natura culturale ­ e risiede, a mio avviso, nel fatto che l’Italia rimane un Paese sostanzialmente illiberale.»

Questa l'opinione di Dario Antiseri, sviluppata in un interessante articolo pubblicato dall'Istituto Acton.

Cito la conclusione:

«Qualche anno fa, Giuliano Amato, allora presidente dell’Antitrust, dichiarò che a Brindisi “l’apertura alla concorrenza ha fatto scendere da 100 a 10 i costi dei servizi di pulizia delle banchine dello scalo marittimo”. Viene da chiedersi: a Brindisi l’ente pubblico era davvero solidale con i cittadini contribuenti? E in questi casi sorge il legittimo sospetto che l’ente pubblico serva a nascondere interessi privati.
Diceva Albert Einstein che è più facile disintegrare l’atomo piuttosto che distruggere un pregiudizio. E il pregiudizio difficile da disintegrare è racchiuso nella nefasta equazione stando alla quale è buono solo ciò che è pubblico, è pubblico solo ciò che è statale, è statale tutto quanto può diventare preda di partiti, sempre pronti ­ a destra, al centro e a sinistra ­ a trasformare i cittadini in accattoni ricattabili che per mestiere fanno gli elettori.»

Ma da leggere anche le osservazioni sulla "grande tradizione di pensiero liberale" propria del mondo cattolico.


scritto da: Faramir alle ore 10:40 | link | commenti (11)
categorie: politica, liberalismo, catt-lib, economia di mercato

La libertà, se non intende portare alla menzogna e all'autodistruzione, deve orientarsi alla verità, ossia a ciò che veramente noi siamo e corrispondere a questo nostro essere. [...] la libertà umana può consistere solo nell'ordinata concordia delle libertà.
-- Joseph Ratzinger
(Studi Cattolici, 430, dicembre 1996)


E' il dispotismo che puo' fare a meno della fede, non la libertà.
-- Alexis de Tocqueville

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