Questa volta tocca a un professore di un liceo francese in provincia di Tolosa.
Pare che sia stato licenziato per aver scritto le seguenti affermazioni in un articolo pubblicato da Le Figaro:
"Odio e violenza abitano il libro in cui ogni musulmano viene educato, il Corano. E oggi come ai tempi della Guerra fredda, violenza e intimidazione, sono i mezzi utilizzati da un’ideologia a vocazione egemonica, per imporre la sua cappa di piombo sul mondo"
A conferma di quanto sopra, il professore si ritrova ora con "una fatwa assassina lanciata da un gruppo di islamisti radicali, seguita da una raffica di minacce di morte via e-mail, con tanto di foto e indirizzo".
Il preside dell’istituto, ovviamente, per evitare guai al liceo e a se stesso, ha pensato bene - da perfetto candidato alla dhimmitudine - di licenziare il professore, reo di aver fatto una affermazione ovvia.
Come osserva giustamente Ruggero Guarini sul Velino:
[...] Da quest’ultimo indizio di sottomissione al furore islamista non è esagerato dedurre che presto, molto presto, dalle scuole europee non verranno licenziati solo gli insegnanti che coltivano ed esprimono qualche pensierino critico su Maometto e sul Corano, bensì anche i loro massimi maestri. Il primo provvedimento dovrebbe colpire ovviamente Voltaire, che in una sua tragedia definì Maometto "un mostro incomprensibile di audacia e di impostura"; e nel suo Dizionario filosofico descrisse la fede islamica come una superstizione sanguinaria che promette il paradiso a chi sgozza uno o più infedeli. Il secondo dovrebbe colpire Schopenhauer, che in Il mondo come volontà e rappresentazione, dopo aver definito la religione musulmana "la forma più squallida di teismo", aggiunse che il Corano "non contiene nemmeno un pensiero dotato di valore". Il terzo dovrebbe riguardare Jacob Burckhardt, che nelle sue Riflessioni sullo studio della storia tracciò questo ritrattino del Profeta: "Maometto è fanatico all’estremo, ogni libertà in materia di religione lo riempie di sacro furore, e questa è la sua forza principale. Il suo fanatismo è quello di un semplificatore radicale, e come tale del tutto genuino. Era un fanatismo della specie più tenace, la furia dottrinaria, e la sua vittoria fu una delle più grandi vittorie del dottrinarismo e della banalità". E Il quarto dovrebbe raggiungere Dante, che sbatté Maometto all’inferno, raffigurandolo come un fantoccio spaccato a metà; anzi, più esattamente, "rotto dal mento infin dove si trulla" (vale a dire dalla bazza al deretano); offrendo così lo spettacolo descritto in questa crudele terzina: a le gambe “Tra le gambe pendevan le minugia, | la corata pareva, e il tristo sacco | che merda fa di quel che si trangugia". [...]
Sembra che il povero professore, stavolta, non sia rimasto solo a fronteggiare la furia intollerante dei fondamentalisti (ma i musulmani "moderati" cosa dicono?). Ma come osserva Paola Ricci Sindoni su Avvenire:
[...] La resa progressiva dell'Occidente non può irrimediabilmente consumarsi, e, se basta il grido di un oscuro professore francese a scatenare contro di lui l'ira islamica, dovrebbe ricordare ai molti l'ineludibile compito di salvaguardare l'anima della propria civiltà, senza offendere la sensibilità religiosa di alcuno e con l'intento costruttivo di rispondere ad una identità forte con una altrettanta identità salda e motivata. E' questo l'unico modo per reagire all'attacco islamico contro Benedetto XVI, che non sembra ancora spegnersi, e che a Ratisbona - bisogna ancora ripeterlo? - non ha inteso colpire alcuna religione, ma solo ribadire con forza la doppia anima dell'Europa, erede della tradizione cristiana e figlia della ragione illuministica, sviluppatosi nei secoli in un intreccio virtuoso, oggi più che mai da potenziare. [...]