Trascrivo la risposta di Giulio Tremonti (pubblicata il 07/03/2008 sul Corriere della Sera) a un editoriale di Giavazzi:
"Io protezionista? Allora anche Obama e McCain"
Caro Direttore, ho letto con particolare interesse l'articolo di Francesco Giavazzi pubblicato il 29 febbraio scorso sul Corriere, sotto il titolo: «La tentazione del protezionismo». Nell'articolo, concentrato sul programma elettorale del Pdl, Giavazzi formula rilievi critici, alcuni a me specificamente diretti. E dunque non solo per ragioni d'ufficio, come si dice, ma anche in nome di una nostra personale amicizia, penso che gli sia dovuta una risposta:
a) sostiene Giavazzi che nel programma elettorale del Pdl ci sarebbe: «... una tentazione protezionista ». La risposta a Giavazzi si trova nello stesso numero del Corriere,
nella pagina immediatamente successiva, in un articolo di Massimo Gaggi: «E l'America impaurita inizia a dubitare del "re mercato"». Forse è il caso di avvertire Obama e McCain che anche sui loro programmi elettorali — e non solo su quello del Pdl — sta per abbattersi una scomunica;
b) sostiene Giavazzi che è male parlare di: «... dazi e quote contro la concorrenza asiatica asimmetrica ». Ancora una volta la risposta a Giavazzi si trova sul Corriere del 3 marzo scorso, in un articolo di Günter Verheugen, Vicepresidente della Commissione europea, pubblicato sotto il titolo: «Così proteggeremo il tessile». Forse è il caso di avvertire anche lui. Dazi e quote sono in realtà già stati introdotti, negli anni scorsi e con effetti molto positivi, proprio dall'Unione Europea, su pressione — tra l'altro — dell'industria e del governo italiani. È a questo tipo sperimentato di politica commerciale, e non ad altro, che si fa riferimento nel programma del Pdl;
c) sostiene Giavazzi che è male chiedere di: «ridurre la regolamentazione comunitaria». Nel 2003 a Stresa, al termine del semestre italiano di presidenza Ue, ho lanciato l'idea di concentrare l'attenzione anche sulla politica legislativa ed in particolare sugli effetti economici negativi tipici di una regolamentazione eccessiva, causa per le imprese di costi addizionali ed artificiali. Ne è derivato, per iniziativa della successiva presidenza olandese, il progetto denominato «Better regulation». È questo e solo questo il tipo di politica legislativa europea che, nel programma del Pdl, si pensa di intensificare;
d) sostiene Giavazzi che: «si propone una Banca del Sud, immagino pubblica... ne abbiamo già sperimentate due, il Banco di Sicilia e quello di Napoli».
La proposta della Banca del Sud, come la proposta del «5X1000» (una formula in cui per la prima volta in Italia si porta l'interesse pubblico fuori dal perimetro dello Stato), le ho avanzate nell'autunno del 2004 in due articoli pubblicati sul Corriere («La banca che il Sud non ha», 11 settembre 2004; «Volontariato e nuovo Welfare», 9 novembre 2004). Quegli articoli del Corriere sono poi diventati articoli di legge, contenuti nella Finanziaria per il 2006. Il Sud era nel 2004, ed è ancora di più ora nel 2008, l'unica grande regione d'Europa ad essere totalmente debancarizzata. La proposta, che sia realizzabile o no in concreto lo vedremo, non era e non è comunque quella di ricostituire una banca pubblica, vietata tra l'altro dalla normativa europea, ma all'opposto e chiaramente di promuovere una banca con diffuso azionariato privato;
e) sostiene infine Gavazzi che si penserebbe a: «Supermercati di Stato... ai magazzini Gum della Mosca sovietica». Comuni e volontariato come reti di distribuzione di beni di prima necessità, per aiutare chi non arriva a fine mese, sono in realtà qualcosa di diverso da un supermercato. Comunque, se proprio si vuole parlare di supermercati, va purtroppo notato che ora è proprio nei supermercati che si sta ripresentando, in forma diversa, ma con pari «cifra» di dramma sociale, la storia antica dei «furti di legname ». Leggiamo ancora sul Corriere del 2 marzo scorso il caso di: «Una pensionata settantenne denunciata per il furto in un supermercato: non arrivo a fine mese, sono costretta a rubare». In un solo anno e per effetto della mitizzata «concorrenza globale», il «carovita» ha in realtà portato via dalle tasche delle famiglie italiane qualcosa come 10 miliardi di euro, incidendo regressivamente soprattutto su chi ha di meno e sta peggio. Ma è lo stesso ovunque nel mondo: dagli Usa alla Russia, dall'Europa alla Cina.
Sulla crisi della globalizzazione, sui suoi lati oscuri ho scritto un libro che il 4 marzo scorso è stato segnalato dal Corriere. In ogni caso, a questa altezza di tempo, parlare di beni di prima necessità, di Comuni e di volontariato, in definitiva di povertà, può essere dibattuto e controverso e certo anche criticato, ma ciò che francamente non mi pare giusto è scherzarci sopra.
Giulio Tremonti
Alla luce anche di queste precisazione, mi pare difficile sostenere che (come sento dire da parte di qualche cattolico) il PdL abbia una tendenza iperliberista in economia, che esalterebbe il mercato e la competizione a danno della solidarietà e del sociale. Anzi vedo una demitizzazione del "mercato" come soluzione di tutti i problemi e attenzione alla sussidiarietà e ai problemi dei ceti più deboli.
D'altro canto, non reggono nemmeno le critiche di tendenze protezionistiche o di colbertismo, alle quali lo stesso Tremonti risponde che "l’alternativa non è tra colbertismo e liberalismo, ma tra astrattismo e realismo".
Nella stessa intervista appena citata, Tremonti definisce sé stesso un liberale:
"Ma essendo nato liberale e avendo una qualche esperienza empirica del mercato non faccio gli errori di chi non è nato liberale e non conosce il mercato. Il mercato non è assenza di regole, non è solo spiriti animali ottimali, è basato sulle regole, sulla parità delle condizioni, sulla proporzionalità delle situazioni. Il mercato non esclude, ma spesso anzi presuppone anche le ragioni generali dell’interesse pubblico. Per esempio, c’è nell’assetto mondiale del mercato lo squilibrio tra aree del mondo che hanno troppe regole (e che in modo suicida ne applicano di sempre nuove, unilateralmente) e aree del mondo che hanno zero regole. Voglio ricordare che le regole utili sono un investimento, quelle inutili – ora tanto di moda in Europa – sono invece un costo che spiazza. In questi termini la parità delle regole non mi sembra contro i principi liberali o contro il mercato. Direi l’opposto"
[...]
Nel suo ultimo libro 'La paura e la speranza' (ed. Mondadori), scritto nell'autunno del 2007, ''prima della campagna elettorale e prima - tiene a sottolineare Tremonti in un colloquio con Ign, testata on line del gruppo Adnkronos - dell’evidenza della crisi economico-finanziaria in atto, a partire dall’America, nel mondo'', l'ex ministro dell'Economia punta il dito contro alcuni aspetti della globalizazzione che avrebbero prodotto una crisi strutturale del sitema.
Il vicepresidente di Forza Italia critica soprattutto ''un eccesso di mercatismo che - spiega - è la caricatura del liberalismo. Il liberalismo è un’ideologia nella quale mi riconosco pienamente, che non riduce tutta l’esistenza, tutta la vita nell’economia. Nessun liberale vero ha mai detto - ricorda - che l’economia è tutto, fa tutto, sa tutto. Ma è vero che negli ultimi 10 anni, cadute le altre ideologie, si è affermata questa ideologia economicistica e cioè il mercatismo. Il mercato provvede a tutto e lo fa, ovviamente, sempre in positivo, mai in negativo. In realtà non è mai stato così, non è così e non sarà così. La vita è qualcosa di più complesso più ricco del mercato''.
[...]
''Per esempio -sottolinea Tremonti- il mio libro non è mica sul protezionismo. A me fa un po’ ridere il ministro Bonino che dice ‘io sono contro i dazi’ quando giustamente sta avviando la procedura dei dazi a difesa dei compressori italiani. Ma ripeto - sottolinea l'ex ministro dell'Economia - il libro non è mica scritto guardando dal buco della serratura dei dazi, né basato sulle quote attraverso cui questa casta culturale sta cercando di difendersi. Non è contro il liberalismo o contro la globalizzazione, ma contro aspetti che stanno manifestando la loro criticità.
E la soluzione non si trova negando la realtà, spezzando il termometro pensando che il male sia nella febbre. La febbre è un sintomo, non è la malattia in sé, si trova pensando a strumenti diversi: per esempio, nel libro la proposta forte è quella di una nuova Bretton Woods, cioè a dire un nuovo accordo globale sulle ragioni di cambio e di scambio. Questo è esattamente l’opposto dell’anti globalizzazione, è l’opposto di una catena di errori che porterebbe a una crisi e che io vorrei evitare con strumenti di governo della globalizzazione. Nel 1944 nel New Hampshire i responsabili della politica e dell’economia del mondo si accordano in ordine ad alcuni capitolati che hanno retto per mezzo secolo. Ecco, io questo credo che dobbiamo fare, capire che la crisi non è banale ma è fondamentale, non è congiunturale ma strutturale e gestirla con strumenti di quel tipo''.
[...]
Quindi l'esponente azzurro attacca la politica perseguita da Romano Prodi attribuendo, tra gli altri, anche al presidente del Consiglio uscente la responsabilità politica della crisi in atto. ''Io mi limito a dire questo: un cambiamento come quello che si è prodotto è un cambiamento che nel corso della storia avrebbe occupato lo spazio di decenni e decenni. Un processo che non puoi fermare. Ma la scelta politica di aprire di colpo il mondo è una scelta che io considero demenziale. Nel '94 a Marrakech decidono di aprire il mondo, nel 2001, l'11 dicembre 2001 Prodi va come Commissione europea in Cina ed è protagonista del grande ingresso della Cina nel Wto. Per me fa una follia. Non l’apertura del mondo ai commerci ma un’apertura così inopinatamente accelerata. Un allargamento di questo tipo lo fai in decenni non lo fai in 5 anni''.
''Nel '57 quando fu fatto il grande trattato sul commercio europeo - ricorda Tremonti - furono applicate verso l’Asia dazi e quote. E l'Europa li ha continuati a tenere per decenni e decenni. Progressivamente li ha ridotti. Quella è stata una politica saggia. Non la politica fatta dai pazzi che hanno governato, anzi sgovernato la globalizzazione in un determinato arco di tempo breve che va dal 1994 al 2001. Troppo breve, è stata una follia, hanno aperto il vaso di Pandora e scatenato forze che neanche loro riescono più a controllare. Quindi, ripeto, il mondo non poteva che fare il suo corso, la globalizzazione non poteva essere fermata ma è stata una pazzia quella di accelerarla di colpo. Adesso ne vediamo i risultati che non sono solo positivi ma anche negativi. Non solo per l’Occidente me anche per l’Asia''.
[...] L'esperienza storica dell'Occidente, da parte sua, dimostra che, se l'analisi e la fondazione marxista dell'alienazione sono false, tuttavia l'alienazione con la perdita del senso autentico dell'esistenza è un fatto reale anche nelle società occidentali. Essa si verifica nel consumo, quando l'uomo è implicato in una rete di false e superficiali soddisfazioni, anziché essere aiutato a fare l'autentica e concreta esperienza della sua personalità. Essa si verifica anche nel lavoro, quando è organizzato in modo tale da «massimizzare» soltanto i suoi frutti e proventi e non ci si preoccupa che il lavoratore, mediante il proprio lavoro, si realizzi di più o di meno come uomo, a seconda che cresca la sua partecipazione in un'autentica comunità solidale, oppure cresca il suo isolamento in un complesso di relazioni di esasperata competitività e di reciproca estraniazione, nel quale egli è considerato solo come un mezzo, e non come un fine. [...]
Ritornando ora alla domanda iniziale, si può forse dire che, dopo il fallimento del comunismo, il sistema sociale vincente sia il capitalismo, e che verso di esso vadano indirizzati gli sforzi dei Paesi che cercano di ricostruire la loro economia e la loro società? È forse questo il modello che bisogna proporre ai Paesi del Terzo Mondo, che cercano la via del vero progresso economico e civile?
La risposta è ovviamente complessa. Se con «capitalismo» si indica un sistema economico che riconosce il ruolo fondamentale e positivo dell'impresa, del mercato, della proprietà privata e della conseguente responsabilità per i mezzi di produzione, della libera creatività umana nel settore dell'economia, la risposta è certamente positiva, anche se forse sarebbe più appropriato parlare di «economia d'impresa», o di «economia di mercato», o semplicemente di «economia libera». Ma se con «capitalismo» si intende un sistema in cui la libertà nel settore dell'economia non è inquadrata in un solido contesto giuridico che la metta al servizio della libertà umana integrale e la consideri come una particolare dimensione di questa libertà, il cui centro è etico e religioso, allora la risposta è decisamente negativa.
La soluzione marxista è fallita, ma permangono nel mondo fenomeni di emarginazione e di sfruttamento, specialmente nel Terzo Mondo, nonché fenomeni di alienazione umana, specialmente nei Paesi più avanzati, contro i quali si leva con fermezza la voce della Chiesa. Tante moltitudini vivono tuttora in condizioni di grande miseria materiale e morale. Il crollo del sistema comunista in tanti Paesi elimina certo un ostacolo nell'affrontare in modo adeguato e realistico questi problemi, ma non basta a risolverli. C'è anzi il rischio che si diffonda un'ideologia radicale di tipo capitalistico, la quale rifiuta perfino di prenderli in considerazione, ritenendo a priori condannato all'insuccesso ogni tentativo di affrontarli, e ne affida fideisticamente la soluzione al libero sviluppo delle forze di mercato. [...]
"Fideisticamente" è la parola giusta. Per alcuni il "libero mercato", da mezzo utile al bene dell'uomo, è diventato un idolo indiscutibile.
Insomma, il Papa suggerisce che l'economia di mercato deve mantenere un "volto umano", perché interesse comune. Essere solidali conviene.
Infatti, sul lungo periodo, il pensare solo al profitto e ignorare le situazioni di povertà sono comportamenti che generano problemi anche a chi vive nel benessere. Le emergenze ambientali e i crescenti flussi migratori di disperati alla ricerca di un mezzo di sostentamente sono argomenti di cronaca quotidiana, dopotutto.
Ma guai se il Papa dice che i valori morali hanno qualcosa da dire a proposito dello sviluppo economico.
I nostri coraggiosi libertari lo etichettano subito come cleromarxista, leader dei noglobal, anticapitalista, ecc.
E questi dovrebbero essere i "think tank" dei radicali?
Poi si sorprendono se nella vita reale non li caga quasi nessuno. Ma a loro basta linkarsi a vicenda per convincersi di poter smuovere le masse...
(Nella foto, un momento della "marcia su Roma" capezzoniana...)

Lunedì sera la cultura italiana ha perso un protagonista di prima grandezza: Nicola Matteucci.
Oltre a segnalare il post di Friedrich, che ne parla con ben maggiore competenza del sottoscritto, fornendo numerosi riferimenti utili, cito un articolo su Avvenire di oggi:
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Sul'ormai famoso "decreto Bersani" ci sarebbe molto da dire, ma - visto anche il poco tempo a disposizione - vi consiglio di leggere questo post di Calimero (e quelli da lui linkati), per farvi un'idea di quello che penso di queste "liberalizzazioni".
Non a caso uso le virgolette.
Io sono favorevolissimo alle liberalizzazioni (e rimprovero al precedente governo di non averle fatte), ma se la sinistra liberalizza così come ha privatizzato negli anni '90, stiamo freschi.
Se poi il modello per liberalizzare è quello romagnolo... meglio lasciar perdere.
Per carità, il fatto che la sinistra si faccia paladina delle privatizzazioni non può che farmi piacere... e sorrido al pensiero dei tanti che hanno votato Prodi perché convinti dalla propaganda secondo la quale la CdL sarebbe favorevole a un "liberismo sfrenato" e contraria a solidarietà e giustizia sociale. Costoro a questo punto saranno confusi.
Tanto più che nel centro-sinistra, prima delle elezioni, non si faceva altro che rimproverare la CdL di aver "ucciso la concertazione", di non essere disponibile al confronto con le parti sociali, di criminalizzare chi scioperava contro le decisioni del governo, ecc.
Adesso, invece, scopriamo che "le regole non si concertano" - ah! però! se lo diceva Berlusconi, apriti cielo! - e che con chi protesta non si tratta - capperi! e il "sacrosanto" diritto di sciopero? e le "okkupazioni" dei "disobbedienti"? tutto dimenticato... -, perché il governo deve "perseguire la sua missione".
Bene. Speriamo che quando la sinistra tornerà all'opposizione si ricordino di queste affermazioni.
Ma gli elettori confusi del centrosinistra possono tirare un sospiro di sollievo, temo. Qui siamo al classico "tanto fumo e poco arrosto".
E il fumo serve a nascondere altri provvedimenti con conseguenze pesanti anche per le tasche dei piccoli risparmiatori.
Avete notato che da quando è stato annunciato il decreto Bersani non si parla più della "manovrina" di Visco e della "correzione dei conti pubblici" tanto caldeggiata da Padoa Schioppa?
Eh, cari miei, questi sono dei volponi! Hanno alzato una bella cortina fumogena - con il contributo di tanti giornalisti compiacenti o distratti - e così, mentre gli italiani trepidano per i mondiali di calcio questi ti piazzano una serie di misure fiscali con un impatto tremendo sul settore immobiliare.
Avete notato che ieri le molte società immobiliari quotate in borsa hanno avuto dei ribassi superiori al 10%?
"Merito" di un decreto inserito nel pacchetto Bersani, dove si riconosce la mano di Visco:
"[...] Il decreto, che fa parte del pacchetto Bersani, abolisce il pagamento dell'Iva (20%) per le imprese che acquistano fabbricati strumentali destinati alla locazione. Lo stesso provvedimento vale anche per i contratti di leasing immobiliare. In compenso, l'acquirente dell'immobile è tenuto a pagare l'imposta di registro (10% del valore degli immobili) deducibile solo per un terzo. Le società immobiliari e quelle di leasing dovranno infatti versare in tre rate, la prima entro il 27 dicembre, le altre nel 2007 e nel 2008, i crediti Iva già portati in detrazione ma non ancora maturati.
L'operazione si estenderà per gli tutti gli acquisti dati in locazione dal 1998 al 2005. Accadeva infatti che se, a livello economico, il credito Iva su un immobile si maturava in dieci anni, di fatto, a livello di flussi di cassa, veniva utilizzato subito per compensare l'Iva a debito. Così se una società immobiliare acquistava, ad esempio, un immobile per 1,2 miliardi di euro, di cui 200 milioni di euro di Iva, a livello economico maturava ogni anno, per dieci anni, 20 milioni di euro di credito di Iva, ma a livello di flussi di cassa, avendo pagato tutto subito l'immobile, poteva detrarre tutti i 200 milioni di Iva per compensare l'Iva a debito.
Così non appena una società si trovava dell'Iva da dover pagare nei confronti dello Stato (Iva a debito) deduceva tutto il credito Iva, senza aspettare che maturasse, per diminuire l'imposta. Ora il decreto abolisce sì il pagamento dell'Iva, ma chiede indietro quei crediti già dedotti e non ancora maturati. E' difficile, per una sim milanese, definire l'ammontare, anche se la relazione tecnica al decreto legge della manovra-bis prevede, in tre anni, un'entrata di 3.073 milioni di euro per l'Erario.[...]"
Se l'articolo di Milano Finanza è troppo tecnico vi consiglio il post di Vexilla.
Sulla prima pagina del Sole24Ore di oggi, poi, si può leggere questo corsivo:
BERSAGLI E VITTIME
Effetti collaterali e, probabilmente, indesiderati delle misure contro l’evasione e l’elusione. Ieri i fondi immobiliari e le società di gestione del risparmio hanno vissuto sui mercati una giornata da dimenticare, dopo avere scoperto quanto sia pesante per loro la manovra. Si fa presto a cancellare con una riga di «Gazzetta Ufficiale» la posizione di soggetti Iva delle società immobiliari, più complesso capire le conseguenze della trasformazione di detrazioni e crediti d’imposta in debiti tributari, con un recupero degli ultimi otto anni a favore del Fisco. In realtà il decreto, nato dall’encomiabile determinazione di bloccare evasori e abusi, finisce per colpire tutti indistintamente. Anche i risparmiatori, che hanno investito in quote di prodotti finanziari. Anche gli investitori internazionali più che perplessi di fronte a un cambio di regime improvviso e, viste le conseguenze, improvvisato.
E' l'improvvisazione al governo, bellezza!
In quanto alla "correzione dei conti pubblici", meglio non far sapere che non è più così urgente, viste le maggiori entrate tributarie, altrimenti l'italiota potrebbe chiedersi perché fino a poche settimane fa, Prodi & C. gridavano allo sfascio delle finanze pubbliche... mentre per assumere insegnanti precari - nella scuola pubblica ultrasindacalizzata - i soldi si trovano sempre.
Si dice che il modo migliore per imparare un concetto sia utilizzare degli esempi pratici. Nel campo del lavoro si direbbe "training on the job"...
Allora, a Radicons è venuta un'idea per educare gli italiani al liberalismo.
Magari si potesse...
Copio qui un commento che ho lasciato da Abr, a proposito delle polemiche suscitate dal Sorvegliato Speciale a proposito di una certa tendenza che si riscontra in Tocqueville.
E se il Problema di T-V fossero i radicali?
Vedi questo post di Sancho.
Per conto mio, penso che usando la metafora del cuculo sia stato già troppo generoso. Forse più adeguata sarebbe la categoria del "tumore maligno".
Abr, tu dici che "Per stare insieme bisogna rispettarsi reciprocamente".
Ma secondo te Jimmomo e i suoi "amichetti" rispettano i cattolici che contribuiscono a T-V?
Costoro non perdono occasione di sputare veleno su tutto ciò che ha a che fare con Chiesa cattolica e religione e poi la tirata di orecchie la fate a chi - esaurita la pazienza - alla fine risponde per le rime?
Costoro sarebbero dei "liberali"?
Cose da pazzi. Sono disgustato e annoiato.
Putroppo io non ho tanto tempo per postare e seguire le sorti di T-V (che mi sembra su una brutta china, vedi Corrado e Friedrich).
Io non sono stipendiato con soldi pubblici da un partitucolo, numericamente insignificante ma molto rumoroso e benvoluto dai giornalisti che contano, per diffondere una ideologia libertina e anti-cattolica come qualcuno che sai e per sparare cazzate come questa:
"Esiste in natura l'omosessualità, dunque come può dirsi «contro natura», se non avendo come metro di giudizio una concezione idealizzata o religiosa di natura, comunque in tutto derivata dalla propria cultura storica e antropologica di riferimento?"
Tante cose esistono "in natura", molte delle quali non certo positive.
E allora?
Perché l'unico metro di giudizio valido dovrebbe essere quello di Jimmomo e soci?
Prima di dire idiozie, se la studi l'antropologia cristiana, caro il mio sapientone.
Il sottoscritto deve lavorare sul serio, tiene famiglia, e per questo non può passare ore tutti i giorni a postare, né tantomeno può offrirsi come aggregatore, ma COME LIBERALE CONSERVATORE E CATTOLICO GRADIREBBE ESSERE MEGLIO RAPPRESENTATO DALLA REDAZIONE DI TOCQUEVILLE.
Se questo non è possibile, me lo si dica chiaramente e ne trarrò le conclusioni del caso.
Le occasioni e i mezzi per esprimermi altrimenti non mi mancano.
Riprendo un post molto interessante di Bernardo, che ringrazio di cuore.
Visto che qualcuno ha già detto così bene quello che penso, inutile perdere tempo (che non ho) nel riscriverlo con parole meno efficaci. Le parti in italico sono anche nel testo originale, il grassetto è una mia aggiunta.
Lascio a voi il confronto con altre riflessioni apparentemente liberali.
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Anche a causa del solito massone iberico (fortunatamente in caduta libera nei sondaggi) non passa giorno senza che il tema dell’omosessualità non dia qualche segno di sé. C’è l’intellettuale – si fa per dire - radical chic che deve farci sapere a mezzo stampa di essersi commosso vedendo Elton John con velo e parrucchino accanto al suo ganzo in tight, e, dall’altra parte, il forsennato omofobico per il quale, come un tempo col confetto Falqui, basta la parola (omosessuale, naturalmente). Per quanto mi riguarda, mantengo una posizione di sana equidistanza razionale tra omofobia e omolatria. A me pare manifesto che nel mondo occidentale non esista oggi alcuna grave discriminazione nei confronti dell’omosessualità. In Italia sarebbe opportuno, occorre riconoscerlo, perfezionare il Codice Civile (non ci vuole moltissimo e non sono necessari nemmeno i cosiddetti pacs), ma si tratta davvero di particolari. D’altro canto una sparuta minoranza (sono il 2-3% della popolazione mondiale) in un reale contesto di discriminazione non potrebbe ottenere la visibilità che invece ha: come si può ragionevolmente parlare di ghettizzazione quando gli omosessuali sono presenti ai più alti livelli in tutta la società occidentale (rockstar, giornalisti, stilisti, artisti, attori, politici, accademici, ecc.)? Il nocciolo della cosiddetta questione omosessuale è dunque un altro ed è di natura culturale. La battaglia di gay e lesbiche non è tanto contro una discriminazione che di fatto non esiste ma per la normalizzazione culturale. Ed è appunto in questa sottile ambiguità che le loro tesi apparentemente liberali (che trovano facile accoglienza presso una sinistra riformista ormai rassegnata all’impotenza in materia di libertà sostanziali – vedi quella del e dal lavoro – e costretta a trovare un senso politico nel ripiegamento decadente su libertà marginali come quella sessuale) finiscono per diventare intolleranti, fanatiche e pericolose. Una volta ebbi a esclamare: Dio mi guardi dalle vittime, ché dai carnefici mi difendo benissimo da solo! Il vittimismo costante è infatti la chiave della propaganda omosessuale, utile a generare sensi di colpa e a criminalizzare preventivamente ogni riflessione critica sugli argomenti proposti. Uno dei bersagli polemici preferiti non può non essere la Chiesa Cattolica, che proprio non vuole saperne di considerare l’omosessualità un fatto non solo legittimo (come di fatto è) ma anche moralmente lecito. La Chiesa diventa così a parole ispiratrice di comportamenti discriminatori mentre di fatto rappresenta solo un ostacolo sul cammino della normalizzazione culturale. Ma in cosa consiste questa normalizzazione? E’ semplicissimo: in sostanza nell’affermazione di un pensiero unico sull’omosessualità, che vada ben oltre il rispetto degli individui e la tolleranza dei comportamenti giungendo fino ad accreditare l’equazione secondo cui è discriminatoria ogni semplice opinione che non contempli l’assoluta identità tra eterosessualità e omosessualità. La deriva illiberale mi pare lampante e non è un caso che trovi sostanza politica privilegiata nello stato etico vagheggiato da Zapatero (a metà strada fra massoneria e marxismo). La via più diretta, infatti, mediante la quale la normalizzazione culturale può essere imposta è appunto quella legislativa: basta attribuirle, in definitiva, la forma retorica dei diritti civili. Ciò avviene, per esempio, quando si reclama il "matrimonio" omosessuale. Cosa c'entra col matrimonio il giusto rispetto che le scelte affettive e sessuali di tutti devono avere? C'è dietro una chiara falsificazione ideologica (e linguistica) e una concezione giuridica dello stato quale paternalistico dispensatore di diritti. Il matrimonio è un contratto, non un diritto. Contratto riconosciuto dallo stato in quanto socialmente rilevante (anche nei suoi aspetti concernenti l’etica pubblica). Non è compito dello stato giudicare la moralità o l'immoralità delle scelte individuali quando queste non abbiano un'influenza diretta sulla comunità, e questo sia in positivo che in negativo. La convivenza tra omosessuali non è diversa da quella, eventuale, tra zia e nipote (l'elemento sessuale non può essere discriminante), e quindi perché dovrebbe essere considerata un matrimonio? Altro è, invece, sostenere, come faccio io, delle modifiche al Codice Civile che consentano atti privati a garanzia del convivente (in materia di reversibilità del trattamento previdenziale, per esempio, ferma restando l'opportunità di privatizzare interamente la previdenza, lasciandola alla libera iniziativa del mercato e alle libere scelte dei cittadini, tagliando così a monte anche il problema della reversibilità: se la mia pensione è privata la lascio a chi mi pare). Al di fuori di questo, lo stato non ha nessun interesse e nessun motivo per "normalizzare" ope legis qualcosa che con la legge non ha nulla a che fare. Ritengo anzi che un vero liberale debba opporsi a ogni forma di normalizzazione culturale con la stessa convinzione con la quale contrasta tutte le discriminazioni. |
C'è chi, come Beppe Grillo, sostiene che il vero problema della globalizzazione sono "i costi ambientali dei trasporti".
Secondo lui ci sono troppi trasporti di merci che riversano "miliardi di tonnellate di CO2 nell'atmosfera e che producono danni umani ed economici sotto forma di effetto serra, tifoni, uragani, siccità."
Peccato che la correlazione tra CO2 e questi eventi atmosferici sia indimostrabile. O meglio: si può dimostrare qualsiasi cosa... con il modello matematico giusto!
Rimando al documento dell'IBL che Fausto Carioti aveva linkato tempo fa.
Come si fa a stimare i "costi ambientali" dei trasporti se non si riesce a mettersi d'accordo sugli effetti della CO2 prodotta dall'uomo?
Un'altra affermazione ridicola di Grillo è che "Bisogna ricominciare a produrre e consumare localmente tutto quel che è possibile".
Va lui a dire a qualche imprenditore che deve produrre dei beni a un costo superiore al prezzo al quale li vende la concorrenza di un altro paese? Chi comprerebbe a un prezzo doppio o triplo?
Ma naturalmente Grillo risponderebbe che se non lo fanno i privati può farlo lo Stato!
Già, ma con quali soldi lo Stato produrrebbe questi beni in perdita (per vendere a un prezzo competitivo)? Semplice: basta aumentare le tasse! Geniale...
Per fortuna c'è qualcuno che si preoccupa anche di altri "costi di produzione", "quelli nascosti attraverso la repressione e la confisca dei diritti di centinaia di milioni di individui."
Quando capiranno i no-global che, "mentre è difficile sostenere che si possa arrestare il processo di globalizzazione (senza bloccare lo sviluppo), è invece opportuno ribadire che esso può e deve essere governato"?
Cioé, non ci vuole meno liberismo, ma vero liberismo (non come il finto "libero mercato" italico che nasconde l'interventismo statale) per tutti e con regole condivise. E questo garantirebbe anche una pace duratura.
Sarà dura, perché il liberalismo richiede dei sacrifici iniziali per ottenere successivamente un maggiore beneficio, ed è più facile per i politici fare promesse demagogiche piuttosto che dire "rimbocchiamoci le maniche".
Il popolo preferisce l'uovo oggi invece della gallina domani (sarà colpa dell'influenza aviaria?) ;-)
Beh... per adesso, Buon Natale!
A quanto pare Berlusconi non ha il monopolio di auto-smentite e precisazioni. Evviva il pluralismo! 
«Noi non stiamo cercando un accordo su un nuovo partito comunista: il comunismo non c’è più...».
(Armando Cossutta, 27 novembre 2005)
«Il comunismo c'è ancora e ci sarà sempre, perché sempre ci sarà bisogno in Italia e nel mondo di uguaglianza e liberazione.»
(Armando Cossutta, 28 novembre 2005)
Forse Cossutta vuole proporci "uguaglianza e liberazione" alla maniera Sovietica, Cubana, Cinese, Vietnamita, Nord Coreana, etc.?
No grazie: preferiamo imparare dagli errori altrui.
Il grave errore di socialisti e comunisti è stato proprio il pensare di poter "costringere" gli uomini ad essere uguali. E poiché l'esperienza quotidiana ci sbatte in faccia che nella realtà gli uomini sono invece diversissimi tra loro (per apparenza fisica, opinioni, gusti, ecc.), a questi teorici dell'uguaglianza non restava che cercare di rendere uguali le condizioni di vita e il reddito degli individui.
Una cosuccia da nulla...
Ma se l'uguaglianza ha un senso quando si tratta di rispetto delle leggi, le cose cambiano molto quando si tratta di modelli economici. Come ricordava Albertina Oliverio in un saggio su "Economia e democrazia nel pensiero di Ludwig von Mises":
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Potremmo anche dire, citando Luigi Einaudi, che Liberalismo «è quella politica che concepisce l’uomo come fine. Si oppone al socialismo il quale concepisce l’uomo come un mezzo per raggiungere fini voluti da qualcuno che sta al di sopra dell’uomo stesso, sia esso la società, lo Stato, il governo, il capo».
Potremmo anche ricordare che sempre Ludwig von Mises ha dimostrato l'impossibilità economica del socialismo:
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"Il calcolo economico capitalistico [è] l'unico che ci rende possibile una produzione razionale, [perché] si basa sul calcolo monetario. Solo perché sul mercato esistono prezzi espressi in moneta per tutte le merci e tutti i servizi, le più diverse specie di beni e di prestazioni lavorative possono rientrare in un calcolo omogeneo. Nell'ordinamento sociale socialista, in cui tutti i mezzi di produzione sono di proprietà della collettività, e in cui quindi non esiste un mercato e uno scambio di beni e servizi produttivi, non può esistere neanche un prezzo monetario dei beni di ordine superiore e delle prestazioni lavorative. Nella società socialista perciò mancherebbe lo strumento principe della gestione razionale di un'azienda: il calcolo economico. Non può esserci calcolo economico se manca un denominatore comune al quale poter ricondurre tutte le varie specie di beni e servizi" (L. von Mises, Liberalismo) |
Ma a che servirebbe? Le utopie sono così affascinanti... e se le cose vanno male si può sempre dare la colpa a qualcun'altro. Denunciare un turpe "complotto capitalistico". Ci sarà sempre qualche illuso che se la beve senza batter ciglio.
Per molti è difficile accettare che la realtà sia più dura e complessa dei propri sogni, come spiega alla fine del suo saggio Albertina Oliverio:
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Sfortunatamente tutte le teorie che postulavano la nascita e l’edificazione di una società socialista, o comunista, sono state lo strumento e l’alibi utilizzato da una ristretta élite politica al potere che, in nome dell’uguaglianza sociale e della parità economica tra i membri della comunità, si è consolidata e si è impossessata delle posizioni al vertice della piramide sociale dimenticandosi volutamente il resto del paese nella miseria, negando ogni libertà agli individui e lasciandogli solamente il ‘diritto di obbedire’. Mises tutto questo lo aveva predetto già nei lontani anni Venti del secolo scorso pur essendo consapevole del fatto che «chi difende la proprietà privata dei mezzi di produzione però non sostiene affatto automaticamente che l’ordinamento sociale capitalistico che si basa su di essa sia perfetto. La perfezione non è di questo mondo. Anche dell’ordinamento sociale capitalistico a ciascuno di noi può non piacere questa o quella cosa, molto o addirittura tutto». Ma per Mises questo era l’unico ordinamento sociale possibile in grado di garantire la massima libertà individuale. |
Sempre al tema "uguaglianza-comunismo", avevo dedicato uno dei miei primi post (Quelli che... "nonostante tutto dobbiamo ringraziare il comunismo per l'ideale di eguaglianza"), che contiene una bella citazione di François Furet, da far leggere a Cossutta e ai suoi compagni incolonnati in un "interminabile corteo revisionista che segue da oltre trent'anni il convoglio funebre del comunismo credendo di poter festeggiare prima o poi la sua guarigione".
Per ricollegarmi al post su "cattolici e liberali", vi segnalo la recensione di un libro che ho scoperto sul sito del Ludwig Von Mises Institute. Ecco come inizia la presentazione che ne fa Christopher Westley:
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But on the other, you have several authoritative papal documents published since then that endorse various aspects of the modern welfare state, as part of a developing "Catholic social teaching." You also have modern Bishops allying themselves with a huge range of statist causes, and variously claiming that all the faithful should back wealth redistribution and government paternalism. What should you do? In the past, you could do little more than suffer Woods acknowledges that the main thrust of 20th-century teachings on economics is far from laissez-faire. After all, Pius XI, during the height of Mussolini's reign, suggested that "certain kinds of property ... ought to be reserved to the State." Paul VI endorsed taxpayer-financed wealth transfers from rich western countries to less developed nations, and suggested a number of economic policies that these nations should follow in order to achieve prosperity. John Paul II, in turn, went well beyond his predecessors in suggesting that workers have a right to inexpensive or free health care as well as to rest, a paid vacation, and a pension. Catholics who support property rights, the right to contract, and even small government must often contend with socialists (of the various stripes) who build moral cases for their economic views based on such Church teaching. Woods's response to these people is two-fold. First, such teaching is relatively new and in fact reflects a departure from the general evolution of Catholic thinking on economics over centuries. Second, with respect to papal pronouncements, the popes have no unique insight into specific matters of economic policy — a point echoed in Pius XI's humble admission that there are some "matters of technique for which she [the Church] is neither suitably equipped nor endowed by office." [...] |
Insomma, anche questa discussione sulla politica economica, come diceva un amico lettore nei commenti al post di ieri, "fa parte della normale dialettica intra-ecclesiale". 
Non ci sono dogmi in materie così tecniche.
La libertà , se non intende portare alla menzogna e all'autodistruzione, deve orientarsi alla verità , ossia a ciò che veramente noi siamo e corrispondere a questo nostro essere. [...] la libertà umana può consistere solo nell'ordinata concordia delle libertà .
-- Joseph Ratzinger
(Studi Cattolici, 430, dicembre 1996)
E' il dispotismo che puo' fare a meno della fede, non la libertà .
-- Alexis de Tocqueville