Eugenia Roccella lancia una proposta trasversale agli schieramenti: nuove linee guida per ridurre il numero degli aborti e sostenere la maternità, creando una rete di solidarietà intorno alla famiglia.
Si può pensare di ridurre il numero degli aborti nel nostro paese? Si può immaginare una società che sappia accompagnare e sostenere la maternità, che riesca ad accogliere anche i bambini “imperfetti”, che sia capace di tessere intorno alla famiglia una rete di solidarietà? Noi ci crediamo, e ci vogliamo provare.
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Prevenire non vuol dire solo distribuire pillole, ma incoraggiare una cultura dell’accoglienza, educare alla responsabilità nelle relazioni, valorizzare la maternità. In Italia gli aborti calano, sia pure lentamente, perché i rapporti familiari mantengono la propria forza, perché c’è un livello minore di disgregazione sociale, di madri sole, di disagio giovanile. Ma oltre a tenerci stretto questo patrimonio culturale e ad agire per evitare di disperderlo, possiamo fare molto di più, sul terreno della prevenzione.
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Combattere l’aborto è possibile, ma bisogna farlo con pazienza e tenacia, disponendosi a un lungo e noioso assedio che agisca su più fronti, e rinunciando all’idea che si tratti di una guerra lampo, una bella battaglia in campo aperto. Bisogna cominciare dalle piccole cose, per esempio da un modo diverso di raccogliere le informazioni. Su questo ci impegniamo fin da adesso, chiedendo il coinvolgimento del futuro Ministro, perché la prossima relazione fornisca al Parlamento strumenti utili per una politica che abbia come obiettivo la riduzione degli aborti e il sostegno alla maternità.
Ho letto ieri una bella testimonianza su Libero, firmata da Nicholas Farrell. Racconta di come in gioventù costui avesse istigato all'aborto la ragazza che aveva messo incinta, la quale, in un primo tempo, ripeteva, riferendosi al figlio, "lo voglio, lo voglio, lo voglio". Poi, vinta dalle circostanze, aveva abortito. Si chiamava Anna Claudia e pare che fosse molto bella. Dopo il fattaccio i due si sono persi di vista. Avventure, per divertirsi, da irresponsabili, da cretini.
"Dopo tanti anni - racconta Farrell - ci siamo rivisti. Sentiva sempre delle voci, mi spiegava. Era diventata grassa. Colpa degli psicofarmaci che prendeva per combattere quelle voci. Era diventata una zombie". Una donna distrutta. Una donna infelice. Una povera vittima.
L'accusa che si fa a un "cattolico" è di non aver pietà per queste donne. Per quelle che ricorrono all'aborto. L'accusa è di non capire, non riuscire a comprendere. Ma è un'accusa che va ributtata in faccia a coloro che propongono l'aborto come la soluzione dei mali. Perché è chi propone l'aborto ad essere davvero senza pietà, e di quella povera donna che andrà ad abortire non gliene frega proprio niente.
Chissà quante Anna Claudia esistono al mondo. Chissà quante donne si sono rovinate la vita a quel modo, e non possono fare più niente per tornare indietro. Chissà quante donne sono rimaste schiave della volontà e del piacere di un uomo, che le ha lasciate sole con il loro pesante problema, come ha fatto Farrell. E' proprio la pietà nei confronti di queste povere donne che ci fa gridare contro l'aborto con tutta la voce che abbiamo.
Ma il "cattolico" non grida soltanto. Opera. Ieri era la trentesima Giornata per la Vita. La tradizione è iniziata nel 1978. La celebrazione è servita anche per ricordare l'impegno di quanti (sfidando il totale disinteresse dello Stato e l'ostilità di certe forze politiche) da trent'anni cercano di aiutare le donne in difficoltà davanti ad una gravidanza.
I Centri di Aiuto alla Vita in Italia hanno salvato fino ad oggi 100.000 bambini.
Come? Fornendo assistenza materiale, psicologica, medico-legale; aprendo case d'accoglienza per ragazze madri che hanno problemi con le loro famiglie; offrendo un'amicizia, una compagnia a donne lasciate sole col loro problema. Nella maggioranza dei casi senza ricevere il minimo sostegno economico dallo Stato.
Non pretendete da un "cattolico" che faccia la pubblicità del preservativo. Per questo bastano gli spot di Ambra Angiolini. E' una cosa troppo facile. Pretendete piuttosto qualcosa di più difficile: che si faccia carico del prossimo. Pretendete che faccia quello che la legge 194 predica, ma che nessuno in Italia realizza davvero. Pretendete che eroicamente resista all'interno della clinica Mangiagalli di Milano (centrale storica dell'aborto legale), accusato di "generare sensi di colpa nelle donne", nel momento in cui sta cercando di aiutarle davvero.
C'è un numero verde (8008-13000) in funzione 24 ore su 24 chiamato S.O.S. VITA, dove si può trovare aiuto in caso di: una gravidanza difficile o inaspettata; un eventuale rischio di aborto e/o abbandono del neonato; una diagnosi prenatale che porterebbe all'aborto "terapeutico"; una crisi depressiva dopo un aborto o ripetuti aborti; ogni altro problema relativo all'attesa di un figlio.
E' immondo che questo tipo di interventi ricadano esclusivamente sulle spalle di uomini e donne di buona volontà.
E' abominevole che gente trista come il segretario dei radicali milanesi Valerio Federico faccia una campagna contro queste persone, perché non ricevano finanziamenti pubblici.
E' indegno che sull'opera di questi centri non vi siano pubblicità in televisione e su tutti i mass media.
Ma forse Farrell ha ragione: "Per vincere la lotta politica riguardo questo omicidio volontario bisogna urgentemente sottrarre la questione dagli ambiti contro-produttivi del mondo cattolico. Quando ci sono Chiesa e preti nel mezzo, nel bene e nel male, troppa gente spegne la tv. Non ascolta. Punto".
Oggi il problema è che un cattolico è un "cattolico". E anche se fa miracoli, un "cattolico" resta. Sono d'accordo con Farrell, e in attesa che qualche non cattolico, come lui, faccia qualcosa, benedico Dio di averci mandato un Giuliano Ferrara.
Un non "cattolico" che ha il "peso" giusto per parlare di certe cose. Ed essere ascoltato.
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Lo scambio di lettere che troverete sul Foglio di oggi fra Walter Veltroni e Giuliano Ferrara è una cosa buona. E’ forse il primo segno di quel clima di tolleranza che alcuni protagonisti politici e alcune forze politiche stanno tentando, in controtendenza, di portare in questo paese. Siamo usciti senza fatica da una contrapposizione ideologica che, data la delicatezza del tema in discussione, sarebbe stata nefasta. Invece l’intelligenza ha portato a ragionare sul fatto che nessuna delle parti vuole abolire la 194, lo ha detto anche la sen. Binetti, ma la si vuole applicare tutta, che nessuna delle due parti considera l’aborto un diritto ma una drammatica circostanza, che la discussione sul principio e la tutela della vita può fare un passo avanti aiutata dalla scienza e da una più acuta sensibilità umana. Non è poco. Da qui si potrà andare molto avanti su tutti i temi eticamente sensibili, in un confronto con la cultura cattolica che arricchirà il nostro paese e non lo mortificherà. Questo è il vero compito di una nuova cultura laica che non si chiude in cittadelle ideologiche. La tradizione laica non è mai stata questo. Semmai lo è stata la tradizione anti-clericale che la parte maggiore della sinistra combattè. Insomma siamo tutti più liberi di discutere e di fidarci. La Chiesa deve cogliere questa opportunità per guardare al mondo non cattolico con maggiore fiducia. |
Questo lunedì il Ministro della Salute Livia Turco ha inoltrato ai Presidenti del Senato Franco Marini e della Camera Fausto Bertinotti la relazione al Parlamento sullo stato di attuazione della legge 40/2004 che regolamenta la procreazione medicalmente assistita (Pma).
Dai dati emerge un aumento nel numero dei centri per la procreazione assistita, così come dei trattamenti e delle donne che vi si sottopongono, e una diminuzione in percentuale dell'efficacia dei trattamenti stessi.
Nel 2005, le pazienti trattate sono state 27.254, contro le 17.125 del 2003, le percentuali di gravidanze sono passate dal 24,8% del 2003 al 21,2% del 2005, con una riduzione di 3,6 punti percentuali.
Ciononostante le donne che hanno fatto ricorso alla fecondazione in vitro (FIV) sono passate da 17.000 a 27.000; la FIV ha prodotto 6.200 gravidanze nel 2005 contro le 4.800 nel 2003.
[Ma una delle critiche più ripetute alla legge 40 non era che avrebbe reso impossibile o più difficile il ricorso a queste tecniche? Non doveva crescere il mitico "turismo procreativo"?
Abbiamo invece un notevole incremento delle donne che hanno fatto ricorso alla FIV, e del numero di gravidanze a fronte di una loro esigua riduzione in percentuale, ma le cui ragioni sono chiarite da quanto si legge più avanti.]
La relazione è frutto del censimento effettuato in 169 centri (contro i 120 del 2003), dai quali risultano 6.235 gravidanze nel 2005 contro le 4.807 del 2003, con una media per centro del 36,9% a fronte del 40,1% del 2003.
Secondo il Ministro della Salute questi dati si tradurrebbero in “una perdita ipotetica di 1.041 gravidanze”.
["Perdita ipotetica"? Scusate, ma - tralasciando il fatto non secondario che le nascite in termini assoluti sono aumentate e titolare "Culle vuote", come ha fatto qualche giornale, è paradossale - a me queste sembrano statistiche all'amatriciana, un po' troppo stile "fai da te". Il confronto sulle percentuali andrebbe fatto con riferimento agli stessi centri, per vedere cosa cambia a distanza di anni e con la nuova normativa. Introducendo 49 nuovi centri, di cui non si sa se esistevano nel 2003, e in caso affermativo quali risultati ottenevano, la statistica ha un valore molto approssimativo.
Se poi leggiamo con attenzione la relazione tecnica completa prodotta dal Ministero, scopriarmo che "In generale la percentuale di gravidanze perse al follow-up è pari al 41,3%."
Ovvero, di quasi la metà delle gravidanze ottenute, i centri non hanno saputo o potuto trasmettere alcuna informazione sugli esiti finali. Ma allora: a che serve fare statistiche su dati largamente incompleti? Queste non sono informazioni statistiche, ma pura propaganda.
Non a caso il ministro Turco non ha citato le conclusioni dei più onesti tecnici del suo stesso ministero:
"La perdita di informazione sugli esiti delle gravidanze ottenute risultata molto elevata. Questa perdita di informazione limita la validità delle risposte che il Registro Nazionale può offrire in termini di sicurezza ed efficacia delle tecniche di fecondazione assistita applicate. E’ ovvio quindi che l’attenzione e l’impegno dovranno essere rivolti, nel prossimo futuro, alla riduzione della perdita di informazione relativa agli esiti delle gravidanze."]
Dal canto suo, invece, Carlo Casini, Presidente del Movimento per la Vita (MpV), in una intervista a ZENIT ha affermato che “la relazione sull’attuazione delle legge 40 costituisce un brutto esempio di come si possa piegare la realtà alle esigenze dell’ideologia”.
“Chi ha redatto quella relazione – ha spiegato il Presidente del MpV – sa bene che per effetto della legge 40 un numero minore di embrioni viene sacrificato perché il principio fondamentale introdotto dalla legge è che anche l’embrione umano è un essere umano e che ogni essere umano ha diritto alla vita. Di conseguenza l’interesse degli adulti ad avere un figlio è secondario rispetto al diritto del figlio”.
“Il criterio corretto per effettuare un confronto tra la pratica della Fivet (fecondazione in vitro con embrio-transfert, ndr) prima e dopo la legge 40 dovrebbe essere allora il confronto tra le percentuali di bambini nati rispetto a quelli generati artificialmente nel 2003 e nel 2005”.
“Questo dato viene invece accuratamente ignorato – ha sottolineato casini – per dimostrare che la legge non ha funzionato e che meglio sarebbe tornare a provetta selvaggia. Si arriva così a fare i calcoli non sugli embrioni formati, ma sui prelievi”.
“E’ evidente che se con un solo prelievo dal corpo di una donna vengono estratti molti ovociti e tutti vengono fecondati è possibile effettuare una pluralità di trasferimenti in utero, mentre alla formazione di un massimo di tre embrioni può seguire un solo trasferimento – ha chiarito –. Il confronto andava fatto però non sui prelievi ma sui trasferimenti”.
Il Presidente del MpV ha quindi precisato che “è di tutta evidenza che la limitazione ad un massimo di tre embrioni da trasferire in utero difende i figli in misura ben più consistente di quanto avvenisse prima. Ma dimostrammo a suo tempo e potremmo dimostrare ancora in qualunque momento che con la legge anche la salute delle donne è meglio protetta e che quindi la legge 40 protegge i figli, ma anche le madri”.
“Ma non è finita – ha continuato Casini –. La relazione confronta i dati dei pochi centri che, nel 2003 (quando non esisteva il registro poi introdotto dalla legge) volontariamente fornivano alle Istituzioni europee (Registro Esrhe) e quelli di tutti i centri oggi iscritti nel Registro. I primi erano quelli storici, più efficienti e con maggiore esperienza accumulata, i secondi sono molto più numerosi, in maggioranza nuovi, con esperienza limitata e quindi necessariamente meno efficienti”.
[Ah, ecco...]
Il Presidente del MpV ha concluso affermando che “tutto va bene pur di confondere le carte in una relazione” e che comunque “richiederà più accurate analisi e contestazioni”.
Sempre in merito alla relazione del Ministro della Salute, l’Associazione “Scienza & Vita” ha rivolto un invito alla prudenza, affermando che sulle cifre della pma “certe conclusioni sono davvero affrettate”.
Scienza & Vita ha sottolineato che “non è possibile interpretare dati accorpati e non analizzabili individualmente. E suggerisce a quanti in queste ore servendosi dei dati forniti dal ministro, si affrettano a parlare di fallimento della legge 40, di non forzare in sede interpretativa le cifre fornite”.
Infine l’Associazione ha ribadito gli straordinari meriti della legge 40: l’aver messo un freno in Italia al Far West procreativo, l’aver bloccato la produzione di embrioni soprannumerari destinati al congelamento e alla distruzione.
In quest’ottica, ha quindi espresso l'augurio per una più convinta difesa della legge 40, anche da parte del Ministro della Salute, al di fuori di ogni deriva ideologica.
[Zenit]
All'ospedale Careggi il piccolo Tommaso è sopravvissuto ad un aborto tardivo (non usiamo volutamente la parola terapeutico, troppo ambigua), non è stato assistito per venti minuti dopo la nascita, ed è sopravvissuto sei giorni.
All'ospedale San Camillo a Roma chi si sottopone ad aborto tardivo firma un "consenso informato" con cui chiede di non rianimare il neonato, se sopravvive all'aborto.
Questi fatti ci fanno orrore.
E sembrano non essere eventi eccezionali, almeno da quanto trapelato dai giornali.
La legge 194/78 sull'aborto nell'art. 7 prevede che dopo i primi novanta giorni di gravidanza:
"Quando sussiste la possibilità di vita autonoma del feto, l'interruzione della gravidanza può essere praticata solo nel caso di cui alla lettera a) dell'articolo 6 e il medico che esegue l'intervento deve adottare ogni misura idonea a salvaguardare la vita del feto.
art.6. L'interruzione volontaria della gravidanza, dopo i primi novanta giorni, puo' essere praticata: a) quando la gravidanza o il parto comportino un grave pericolo per la vita della donna".
Cioè, se la gravidanza è in fase avanzata, tanto da far ipotizzare la possibilità che il feto nasca vivo, la madre può abortire solo se è in pericolo di vita, e bisogna far di tutto per salvare il neonato: la 194 cerca di limitare al massimo gli aborti tardivi.
I fatti del Careggi e del San Camillo, così come riferiti dai media, sembrano evidenti violazioni di questa legge, che tutti a parole dicono di non voler toccare, ma che poi molti disattendono. Vogliamo sapere cosa sta succedendo negli ospedali italiani dove si praticano aborti tardivi .
Vogliamo sapere quanti sono i feti espulsi vivi, vogliamo sapere quanti ne sopravvivono, vogliamo sapere se viene fatto di tutto per salvarli.
Vogliamo sapere se ci sono violazioni alla legge 194 (e al codice penale). Noi quella legge non l'abbiamo voluta. L'abbiamo subita. Adesso chiediamo che venga rispettata in tutte le sue parti. Cosa ci tocca difendere!
Per approfondimenti, segnaliamo questo editoriale di Avvenire.
Invitiamo tutti ad aderire all'appello "Cosa ci tocca difendere", sul sito dell'Associazione SamizdatOnLine.
In questo editoriale, pubblicato oggi su Avvenire, Eugenia Roccella spiega molto bene le pesanti problematiche che stanno dietro la tragica vicenda del bambino abortito per l'erronea interpretazione di una ecografia e sopravvissuto per alcuni giorni.
Alla fine ci tocca difendere la legge 194, e chiederne la piena applicazione:
Il piccolo nato all'ospedale di Careggi in seguito a un tentativo di aborto tardivo non ce l'ha fatta; la sua breve lotta per la sopravvivenza si è spenta in una silenziosa resa. Si dirà che 22 settimane sono troppo poche, per vivere fuori dalla protezione del grembo materno. Eppure ricordiamo bene le foto di Amilla, la bimba di Miami nata a 21 settimane, così minuscola da poter essere chiusa nell'abbraccio di due mani. Il presidente della Società italiana di neonatologia, Claudio Fabris, ha spiegato che un feto che pesa meno di 500 grammi ha oggi circa il 30% di possibilità di vita, e ha invitato a non praticare più aborti ai limiti delle 22 settimane.
Malasanità, hanno commentato in tanti, da Ignazio Marino a Rosy Bindi; ossia errore diagnostico, sfortunato incidente di percorso, tra l'altro accaduto in una struttura considerata di eccellenza. Forse però si tratta di altro, cioè di una sistematica violazione della legge 194, la stessa che tutti, a parole, difendono. In Francia il presidente della Commissione nazionale di bioetica, Didier Sicard, ha denunciato l'avanzata trionfante dell'eugenetica, che sta facendo piazza pulita della diversità umana grazie all'uso massiccio e mirato delle varie forme di diagnosi prenatale. Facendo leva sulle comprensibili ansie materne, sul desiderio umanissimo di avere un figlio in buona salute, vengono ormai eliminati feti con difetti minimi, che si potrebbero tranquillamente operare o curare, come alcune deformazioni del palato o del piede. O anche nascituri affetti da patologie con cui personaggi come Mozart e lo stesso Einstein hanno tranquillamente convissuto. Meglio buttare che riparare, suggeriscono le nuove tendenze della scienza medica, in palese contraddizione con gli scopi per cui è nata. Adesso ci si affretta a riconoscere che i test prenatali si basano su una concezione probabilistica, e che difficilmente possono offrire certezze; ma a quante donne viene detto a chiare lettere che la diagnosi in base alla quale rinunciano al figlio è puramente ipotetica?
Se il bambino di Careggi fosse morto subito, come era previsto, il caso non sarebbe approdato sulle prime pagine; e altrettanto sarebbe accaduto se la malformazione ipotizzata ci fosse stata davvero. Dunque è stato un incidente: perché è normale eliminare un feto di cinque mesi, ed è normale farlo soprattutto se ha un problema di salute, anche curabile. Ma la legge sull'interruzione di gravidanza non legittima l'aborto terapeutico, e vieta con chiarezza di abortire nel caso "sussista possibilità di vita autonoma" del nascituro, a meno che non vi sia "grave pericolo" per la vita della madre. Non si tratta di mettere in discussione la libera scelta della donna. In questo caso, per esempio, ogni responsabilità è stata velocemente addossata alla giovane madre, che immaginiamo frastornata e terrorizzata - come può esserlo una ventiduenne - da una diagnosi che le è apparsa come una condanna.
Le nostre scelte sono condizionate dall'informazione e dalla capacità di recepirla, dal grado di maturità e di consapevolezza, e in larga misura dalla cultura dominante. In Francia i bambini Down sono praticamente scomparsi, grazie alla diagnosi prenatale e all'aborto; al contrario le donne svedesi scelgono in genere di tenersi i figli affetti da trisomia 21. La differenza tra i due Paesi è nella cultura, nel modo in cui è strutturato il sistema sanitario e il welfare. Non è solo la donna, a dover scegliere, siamo noi tutti: di fronte a casi come questo dobbiamo sapere che non si tratta solo di malasanità, ma che è urgente decidere se costruire una società dell'accoglienza e della cura, o una società del rifiuto e dell'indifferenza.
"Non parteciperò alle Olimpiadi perché aspetto un bambino e quindi la mia prossima bellissima sfida non sarà rincorrere la medaglia d'oro ma diventare mamma.
Sono grata a Dio di avermi fatto questo bel regalo del tutto inatteso nonostante questo momento che può esser visto da molti come inopportuno."
Per molti questa ragazza è una stupida, perché ha rinunciato a una brillante carriera - e a un mucchio di soldi degli sponsor - proprio alla vigilia delle Olimpiadi che si tenevano in Italia.
Per me dimostra di essere una Persona Eccezionale, che sa quali sono le cose che contano veramente nella vita.
(Grazie a Nerella per la segnalazione)
USCIAMO DAL SILENZIO Eugenia Roccella (Avvenire 15 gennaio 2006) Tante donne in piazza, a Milano, con uno slogan che condivido, "usciamo dal silenzio". Non fa niente se c'è un eccesso di presenza di partiti e sindacati, troppa Cgil, i pullman, e un'organizzazione tipica della sinistra; nel corteo ci sono tante donne che vogliono riprendere la parola, lasciata cadere ormai molti anni fa. Il lungo silenzio femminile non ha significato, però, passività, inerzia, povertà di pensiero. In questi anni la riflessione delle donne è andata avanti, ha affrontato nuovi temi, sviluppato nuovi percorsi. Peccato che tutta l'elaborazione maturata non venga a galla, e che la manifestazione si attesti su una vecchia barricata, a difesa di una vecchia legge, quella sull'aborto.
NON CON LE PAROLE VECCHIE
Sembra che poco o nulla sia cambiato, a guardare il corteo: i nemici sono identificati con le gerarchie ecclesiastiche, la libertà da salvaguardare è, a distanza di trent'anni, ancora quella di abortire. Eppure, niente è uguale a prima. Secondo le statistiche, il desiderio di maternità tra le donne è sempre alto, però non si fanno più figli. La tecnoscienza avanza, e pretende nuovi diritti sul corpo femminile e sulla vita dell'embrione, strappato alla naturale e secolare protezione del ventre. Nel mondo 150 milioni di donne sono già state sterilizzate in nome dei cosiddetti "diritti riproduttivi" e l'aborto è favorito e utilizzato come mezzo di controllo demografico da regimi teocratici, autoritari e misogini. L'aborto chimico (la Ru486), pubblicizzato come indolore e facile, ha già ucciso almeno 9 donne, e si è rivelato un'amarissima beffa per chi vi ha fatto ricorso. Anche senza approfondire, è evidente che gli scenari sono mutati in modo radicale, e che è urgente una risposta femminile meno usurata di quella proposta dalla manifestazione di ieri.
Se poi l'obiettivo del corteo fosse davvero la difesa della 194, si aprirebbe una curiosa contraddizione nello schieramento abortista: gli unici a voler ridiscutere la legge sono infatti i radicali, non i cattolici o i tanto vituperati "neocon". Proprio ieri la Rosa nel pugno ha presentato il suo nuovo progetto, che snaturerebbe profondamente l'attuale normativa, rendendo legittimo l'aborto eugenetico, permettendo alle minorenni di abortire all'insaputa dei genitori, abbreviando il tempo di riflessione preventiva e allungando quello in cui l'interruzione di gravidanza è consentita. Forse è da queste manipolazioni che bisogna difendere la 194.
La paura è che la strumentalizzazione politica incanali l'energia e la voglia di esserci delle donne verso strade che non conducono a niente. Non è un timore infondato: è già successo con la procreazione assistita, che ha allargato, nel mondo femminile, la divaricazione tra chi ha voce pubblica e chi non ne ha, ma fonda solidamente il proprio giudizio sull'esperienza.
Anche in quel caso sembrava che le donne fossero tutte da una parte, e che il sì al referendum fosse in continuità con le battaglie femministe degli anni Settanta. Si è visto, poi, che le donne si sono interrogate non su astratte questioni di libertà, ma su concrete opzioni personali: lo farei, io? Mi farei bombardare di ormoni, butterei nel cestino un certo numero di embrioni, pur di avere un figlio "naturale", o preferirei altre soluzioni?
Anche sull'aborto, l'esperienza delle donne è lontana dai rischi denunciati dalle manifestanti. Le donne sanno che in Italia si può tranquillamente abortire, che all'uscita dei consultori non ci sono i militanti del Movimento della Vita che sparano ai medici (un pericolo prospettato da Gianna Pomata nella trasmissione di Gad Lerner), e che comunque l'aborto non è il massimo che una donna possa volere. Si pu ò ottenere di meglio, e di più.
Premesso che nessuno con un minimo di buon senso pensa di abrogare la legge 194, sarebbe utile riuscire a parlare in maniera pacata, senza anatemi, della sua applicazione, che per quanto riguarda l'articolo 1 ("Lo Stato [...] riconosce il valore sociale della maternità e tutela la vita umana dal suo inizio. Lo Stato, le regioni e gli enti locali [...] promuovono e sviluppano i servizi socio-sanitari, nonché altre iniziative necessarie per evitare che l'aborto sia usato ai fini della limitazione delle nascite.") lascia molto a desiderare.
Ci prova il direttore scientifico della Fondazione Einaudi ad aprire un dibattito "laico", scrivendo al Foglio. Domani le repliche.
Stay tuned.
La libertà, se non intende portare alla menzogna e all'autodistruzione, deve orientarsi alla verità, ossia a ciò che veramente noi siamo e corrispondere a questo nostro essere. [...] la libertà umana può consistere solo nell'ordinata concordia delle libertà.
-- Joseph Ratzinger
(Studi Cattolici, 430, dicembre 1996)
E' il dispotismo che puo' fare a meno della fede, non la libertà.
-- Alexis de Tocqueville